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| Addio Hollywood, non mi piaci più! |
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| «Penso che questo sarà il mio ultimo grande film, perché non sopporto che i produttori controllino il lavoro del regista. In questo caso, però, tutto ha funzionato bene. Grazie anche a DiCaprio, Damon e Nicholson» |
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26/10/2006 |
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 di Alberto Anile
Gira voce che «The Departed» sarà l’ultimo grande film di Scorsese.
Dopo i dissidi per «Gangs of New York» e il flop di «The Aviator», Hollywood non gli lascia molta libertà. Per lo stesso motivo Coppola non gira da anni, Cimino si è ritirato, Allen è emigrato in Europa. Con la sua ultima opera Scorsese ha però ritrovato la via del capolavoro e del successo. «The Departed» è un thriller complicato e violento, su un poliziotto (Leonardo DiCaprio) che s’intrufola tra i criminali e un criminale (Matt Damon) che s’infiltra nella polizia. Male e Bene giocano a nascondino, s’incontrano e si confondono in un sanguinoso gioco di specchi, il tutto nella cattolica e irlandese Boston. Costato 90 milioni di dollari, il film ne ha già incassati 27 al primo week-end; è stato il più grande evento della Festa di Roma, dove è stato sommerso dagli applausi. Scorsese, che «Sorrisi» ha intervistato durante la Festa, rimane però scettico sul suo futuro a Hollywood.
Sarà davvero il suo ultimo grande film?
«Sì, credo di sì. Oggi una major ti dà molti soldi per un film, e perciò non vuole correre rischi. Qui la combinazione tra la storia, gli attori e - molto importante - la pazienza e la fiducia dello
studio funzionavano, e perciò abbiamo provato a spingerci oltre, a prenderci anche qualche rischio. Il film è riuscito in modo per me soddisfacente, ma se in futuro arrivasse un’altra storia giusta con gli interpreti giusti non so se avrò ancora lo spazio creativo sufficiente per una pellicola a grosso budget».
Il film è tratto da una saga cinematografica di Hong Kong, «Infernal Affairs». Perché l’ha scelta?
«All’inizio il copione di William Monahan non volevo neanche leggerlo. Lavoravo su altri progetti, ma non c’era nulla di pronto. Così l’ho letto e sono rimasto affascinato dall’ambiente irlandese-
americano di Boston, l’educazione cattolica, il senso di fatalismo, lo studio del tradimento della fiducia. Nell’intreccio di “The Departed” la moralità sparisce, non c’è più il Bene e perciò non può esserci neanche il Male. Riflette quello che siamo in America dopo l’11 settembre, il senso di instabilità e disperazione, di confusione etica, una specie di “ground zero” morale».
Perché non trasportare la storia nella sua New York?
«Avrei potuto anche ambientarla nel quartiere polacco di Chicago o di Miami, o tra le gang di Los Angeles. Ma quello che mi affascinava era proprio l’ambiente di cui aveva scritto Monahan, bostoniano, irlandese e cattolico. E io sono sempre stato affascinato dalla cultura irlandese, fin da quando avevo 15 anni. Leggevo James Joyce e Sean O’Casey. Forse erano anche i film che vedevo: molti dei maggiori registi americani, come John Ford e Raoul Walsh, sono di origine irlandese».
Ma tra irlandesi e italiani a New York non correva buon sangue...
«La generazione di mio padre era in conflitto con loro, la mia non lo era già più».
DiCaprio e Damon sono bravissimi, ma i loro personaggi sono talmente ambigui che i due potrebbero anche scambiarsi i ruoli.
«Ci abbiamo provato. Leo e Matt insistevano e allora una sera ho provato a scambiargli le battute. Ma alla fine li ho tenuti nei ruoli di partenza. Dopo quattro anni di lavoro con Leo conosco bene le sue emozioni e le sue inquietudini: per lui andava meglio il ruolo di Billy, che ha ancora dei conflitti morali, è internamente lacerato. Mentre nei panni di Colin, un affascinante e velocissimo bugiardo, era perfetto Damon».
Nel film si parla anche molto di figli e padri. Come in «Gangs of New York».
«Me ne sono accorto mentre giravo. Mi sono voltato verso l’operatore e gli ho detto: “Ma non abbiamo già fatto questo film?”. “The Departed” è praticamente “Gangs of New York”. Però credo che questo sia migliore, c’è più introspezione».
Che cosa ci fa Brad Pitt tra i produttori?
«Non lo sapevo. Né sapevo che un altro dei produttori, Brad Gray, è lo stesso dei “Sopranos”. Sa, io non guardo molta tv. Con Pitt, comunque, non ci siamo mai visti».
Rispetto ad altri suoi film di gangster, come «Quei bravi ragazzi», «The Departed» è più secco, più cinico, meno elegante: forse per togliere fascino alla violenza?
«No, la violenza è un dato di fatto. Avevo girato “Quei bravi ragazzi” come un’opera lirica; era un film mitologico, una diretta reminiscenza della mia crescita nell’ambiente italoamericano. In “The Departed” sono ancora interessato al tradimento, alla famiglia, ma la violenza è più semplice, è qualcosa che fa parte della vita. Lungo tutto il film costruisco dei legami umani tra i personaggi, li combino, li faccio incontrare e poi li faccio sparire in pochi secondi, senza sequenze elaborate. Cinismo? Direi rabbia. Bene o male, la benzina che nutre il film è proprio la rabbia».
C’è anche molta tensione sessuale. Che non esplode mai, tranne che...
«...in fuoco e sangue. C’è violenza nel sesso e viceversa. Molta di questa violenza l’ha portata Jack Nicholson, che interpreta il gangster Costello. Nicholson ha voluto aggiungere tante cose al suo ruolo, sul set ha improvvisato molto, è stato lui a sottolineare certi elementi della natura del personaggio. Quando Costello rompe un braccio a DiCaprio ha poi bisogno di andare ad appartarsi con una ragazza. Collegandosi al sesso, Nicholson esplora l’essenza della mascolinità. Per lo stesso motivo abbiamo deciso che invece il personaggio di Colin, Matt Damon, fosse sì potente e riverito, ma avesse anche dei problemi sessuali. Non dimentichiamo che è stato allevato da Costello: non sappiamo che cosa gli abbia fatto il
gangster. E non dimentichiamo che Boston è stato il teatro del primo e più eclatante scandalo sessuale dei sacerdoti cattolici».
Speriamo di rivederla presto dirigere altri grandi film.
«Lo spero anch’io, lo spero davvero».
Tv Sorrisi e Canzoni n.44 - 2006 |
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