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"The Passion" è nelle sale: giudicatelo voi
Dopo settimane di indiscrezioni, polemiche e dibattiti, "La Passione" è arrivata nelle sale italiane. Vi riproponiamo l'opinione dei critici di Ciak, il reportage dal set e il servizio fotografico che "Sorrisi" ha pubblicato in esclusiva e che ha già fatto il giro del mondo. Questa volta, però, dovete essere voi a fornire il contributo più grande. Raccontate le vostre impressioni "a caldo" inviandoci una mail
8/4/2004
Il giudizio della redazione di Ciak
Piera Detassis, direttore del più importante mensile italiano di cinema, guida una pattuglia di critici che ha visto in anteprima il discusso film di Mel Gibson. E che adesso si schiera: sì o no, senza vie di mezzo. Come insegna proprio Gesù: "Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno" (Matteo 37, 5)

Piera Detassis: perché sì
Tocca a me cominciare e dirvi perché "sì", perché sono favorevole a La Passione. A spiegare il mio pensiero basterebbe la famosa immagine del robot con cui "Sorrisi e Canzoni" ha tolto i veli al calvario reale o presunto di Jim Caviezel. Scontata finzione sul set, vien da dire (non pensavate davvero che il povero Jim venisse crocifisso una volta al giorno?). E infatti a scuoterci non è l'idea del Cristo meccanico, ma l'impudicizia di quell'immagine, il ghigno dell'uomo che si prende gioco del Gesù sanguinante e spezzato in due, i fili elettrici che pendono dal santo costato. Una foto di guerra troppo simile a quelle che ogni giorno ci ributtano in faccia i Tg: l'odio etnico, gli attentati suicidi in Medio Oriente, la donna intrappolata tra le lamiere del treno di Madrid, un volto pietrificato nella morte e il resto del corpo chissà dove. Tutto questo è La Passione, un film a cui la critica di cinema non basta e forse non serve e a cui va stretta l'accusa di antisemitismo. Certo, un film difficile e non tutti la pensano e la penseranno come me, leggetevi i "no" di questa pagina e soprattutto il silente vignettone di Disegni pubblicato sul giornale in edicola. Ho vissuto la tortura del film come se il martirio di Cristo rimandasse al fanatismo del kamikaze e quella violenza diventasse un viaggio attualissimo nell'inferno della Palestina e di Israele di oggi, fin dentro i campi di addestramento di Al Qaeda. Guardatevi intorno: i fondamentalismi scandiscono e trasfigurano il nostro tempo, le nostre abitudini. Alla fine è tutto questo che il Cristo porta con sé sul Golgota, in una crocefissione che non ha niente di disinfettato, nessuna ferita benedetta al costato, ma sangue, tortura, dolore umanissimo, intollerabile. Un bel film? Forse no. Certamente un film con la crudezza dell'oggi, senza lifting e make-up, un atto dichiaratamente "politico" di Gibson, mai innocuo. Ma quale scandalo lo è?

Ezio Alberione: perché sì
Perché è un film sull'intreccio inestricabile di amore e dolore che ogni passione porta con sé. Perché è girato sul set dell'animo umano. Perché la crudeltà indossa una divisa e la pietà è un drappo di cui ci si spoglia. Perché Cristo vede da un occhio solo come John Ford, Jena Plissken e la macchina da presa. Perché Gibson trova in Cristo il principio estetico del sublime e dell'orrido, e la radice di ogni anticlassicismo. Perché è un film appassionato e appassionante: chi lo vede non può fare a meno di prendere posizione, rifiutandolo, amandolo, disprezzandolo. Come è successo a Cristo.

Michele Anselmi: perché sì
Non so se Gibson sia "il nuovo evangelista", come scrive Ferrara. Ma di sicuro La Passione non è "Golgota Trash", secondo la formula adottata da Roberto Cotroneo per liquidare il film. Che trovo, al contrario, potente, brutale, ispirato, pietoso. Piaccia o no, quel corpo offeso e flagellato assume tutta la sofferenza del mondo. L'insistenza non è sadismo, tanto meno (che fesseria) splatter. Vuole restituire carne e sangue alla Passione. Onore a uno strano cristiano venuto dall'Australia.

Sandro Rezoagli: perché sì
Bisogna sfrondare il film dalle sovrastrutture mediatiche e dalle letture politiche. E guardarlo con occhio innocente: apparirà per quello che è, il racconto iperrealistico della Passione, girato con lo spirito delle vie crucis di popolo e con i mezzi tecnici più sofisticati. Emozionante, travolgente. L'odore del sangue di Cristo, e non è poco.

Stefano Disegni: perché no
Non dovrebbe accadere che a un uomo chiaramente in preda a mania religiosa ossessiva, patologia ben nota ai terapeuti, sia dato il potere di fare un orrendo film in cui ci spiattella il suo grave problema, con condimento di splatter ed ebrei da propaganda nazista. Purtroppo accade. Qualcuno mi racconta che, a Los Angeles, ha accompagnato un amico e suo figlio a vedere questo, peraltro noiosissimo, delirio di Gibson. All'uscita, il ragazzino ha detto: "com'erano cattivi gli ebrei, li ammazzerei tutti". Qualcuno ci ha già pensato, tesoro.

Marco Giovannini: perché no
Come molti dei film militanti, è a senso unico, monocorde al limite dell'ottusità, molto documentaristico e poco poetico. Rivaluta, se ce n'era bisogno, L'ultima tentazione di Cristo. Il titolo avrebbe potuto essere Jesus Christ SuperMel.

Stefano Lusardi: perché no
Non abbiamo bisogno della Passione secondo Mel, specie oggi. Specchio oscuro dell'11 settembre, vede il male ovunque, offre sangue ed orrore buoni per ogni fondamentalismo, ma non regala la gioia e la speranza insite nel messaggio cristiano.

Maurizio Porro: perché no
Quello che nel film di Gibson davvero manca è qualunque accenno di spiritualità. O almeno di interiorità. O almeno il sospetto che si voglia raccontare qualcosa che appartiene alla coscienza. O almeno una punteggiatura drammatica, qualche pausa, qualche silenzio, qualche sospensione. Perchè così com'è, il trucido film si iscrive nella categoria americana horror splatter e si poteva fare anche senza la partecipazione speciale di Gesù, specie se è un robot comandato da un computer.

Giulia D'Agnolo Vallan: perché no
Tra due scioccanti meditazioni sull'esistenza di Dio e del Diavolo come L'ultima tentazione di Cristo e L'esorcista, La Passione è un oggetto molto meno rigoroso di quello che vorrebbe sembrare. Sulla carta il primo splatter religioso della storia, il film di Gibson, in realtà, tradisce le convenzioni di genere (horror) a forza di ralenti, flash back e musica; si presenta come un home movie ma è venduto da una della macchina pubblicitarie più sofisticate della storia. E, alla fine, è meno un gesto di devozione che l'ultima tappa del lavoro di un attore regista affascinato dall'esperienza sacrificale, dalla sevizia fisica del corpo (specialmente il suo). E, anche sotto quest'aspetto, non è un film per niente radicale.

Per saperne di più...
  • Povero Gesù (reportage esclusivo dal set del film)
  • Le vostre lettere su "The Passion"
  • Le foto esclusive di Sorrisi "rubate" sul set
  • "Pietà", il Diario del direttore di Sorrisi
  • Domande e Risposte
    Alfonso Signorini


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