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| Rita Pavone si racconta a Sorrisi |
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| Ha venduto 32 milioni di dischi. La sua è una carriera straordinaria, giocata tra televisione, musica e cinema. Ora, alla vigilia del suo tour d’addio, rivela a "Sorrisi" il segreto del suo successo: una famiglia meravigliosamente normale. Con i problemi di tutti: "Sono pronta a diventare nonna" dice "ma i miei ragazzi non si schiodano…". Ecco le parole e le immagini di un incontro speciale |
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4/8/2004 |
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Signora Pavone, il suo tour di addio, con la partecipazione di Teddy Reno, è appena iniziato.
"È uno show dove racconto la mia vita, partendo da quando vivevo a Torino nelle case popolari Fiat, facevo la camiciaia e andavo a scuola solo la domenica. S’intitola “La mia favola infinita”, e lo porteremo in tutto il mondo. Ci sono monologhi, canzoni, balletti, filmati d’archivio e momenti musicali non necessariamente legati alla mia carriera".
Negli Anni Sessanta, quelli del suo grande successo internazionale, lei ha girato il mondo e frequentato le massime star del pianeta.
"A Broadway mi hanno portato a vedere “Funny Girl”, e ho conosciuto la protagonista, Barbra Streisand. Era la prima volta che andavo a teatro, ed è stata una folgorazione. Lei con me è stata super carina e super gentile. Un’altra volta, in camerino mentre mi preparavo per uno spettacolo, sento bussare alla porta. Era Ella Fitzgerald che voleva complimentarsi con me, e mi chiedeva un autografo per suo figlio. Ma l’emozione più grande è stata Elvis. Ci siamo conosciuti a Nashville, in sala d’incisione. Lui si è avvicinato, mi ha detto: “Ehi, ma io ti ho visto ieri sera alla tv”, e mi ha dato un pizzicotto sulla guancia. All’epoca ero spesso ospite all’“Ed Sullivan Show”, con personaggi come Orson Welles".
La Pavone e Orson Welles?
"Per la verità non mi sono resa subito conto di chi avevo a fianco, l’ho capito dopo. Certo, avevo visto “Il terzo uomo”, ma per me Hollywood erano Cary Grant e William Holden. E comunque lui è stato molto alla mano, per niente supponente. Come tutte le grandi star che ho conosciuto in America. Là le persone più grandi sono quelle che si danno meno arie, non c’è questo voler difendere a tutti i costi il proprio orticello come in Italia".
Anche lei, nel suo piccolo, è stata protagonista al cinema: i suoi film sono stati tutti grossi successi.
"Soprattutto mi hanno dato la possibilità di lavorare con gente come Giulietta Masina, Lucio Dalla, Terence Hill, Giancarlo Giannini. Senza dimenticare Totò, con cui ho girato “Rita, la figlia americana”: un principe, in tutti i sensi".
Lina Wertmüller, oltre ai film "Rita la zanzara" e "Non stuzzicate la zanzara", è la regista de "Il giornalino di Gian Burrasca", cult televisivo appena replicato per l’ennesima volta.
"Mi capita di rivederlo e lo trovo molto fresco e attuale. L’ipocrisia della società di oggi è come quella di una volta. Grazie a “Gian Burrasca”, ho avuto la fortuna di lavorare con il meglio del teatro italiano. Con Lina siamo rimaste in contatto, ogni tanto ci sentiamo. Mi piacerebbe che oggi mi riscoprisse come attrice".
Le va di parlare del suo “incidente” al cuore?
"È stata una brutta botta. Mai avrei immaginato di avere problemi al cuore. Non bevo, non fumo, faccio una vita sana. Improvvisamente, un giorno, mi accorgo che ho difficoltà a salire le scale. Sentivo un dolore alla schiena. Dentro di me minimizzavo: “Devo stare attenta, forse ho preso freddo”. Poi è successa quella cosa orribile negli studi Rai di Saxa Rubra. Non riuscivo a respirare, mi mancava l’aria, sono svenuta. Quando ho riaperto gli occhi, avevo le orecchie bagnate. Lì ho capito che era qualcosa di grave. In clinica è venuto fuori che avevo un’occlusione al tronco comune dell’aorta, e mi hanno operata. Sono convinta che qualcuno di grande ha pensato a me e ha detto “Non è il tuo momento”. Una settimana prima del fatto ero stata a Reggio Calabria per lavoro. Una signora mi aveva dato una medaglietta della Madonna miracolosa, dicendomi “Portala sempre con te”. Da quel giorno non me ne sono più separata".
Dei due figli che ha avuto da Teddy Reno, nessuno ha seguito la sua strada?
"Giorgio, il più piccolo, è l’artista di famiglia, scrive delle canzoni secondo me straordinarie, e sta cominciando a farsi un nome. L’altro, Alex, il più grande, è giornalista, lavora alla tv della Svizzera Italiana. Ogni tanto, quando lo sento parlare, gli dico: “Ma come sei studiato”, che è una frase che usava la nostra vecchia tata, l’Assunta, per dire che uno era andato molto avanti con le scuole. Sono due persone pulite, non ci hanno mai dato problemi. Sono belli dentro, che è la cosa più importante. Poi per me sono bei ragazzi anche fuori, ma come si dice: Ogni scarrafone…".
A questo punto le manca solo di diventare nonna.
"Lo so, ma questi non schiodano. Uno non si muove di casa, l’altro continua a dire: “Non mi sento ancora pronto”. E io e Ferruccio aspettiamo...".
La versione integrale dell’intervista di Aldo Dalla Vecchia è pubblicata sul numero 32/2004 di Sorrisi in edicola dal 4 agosto. |
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