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| Povia e il piccione, una canzone profetica |
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| Ecco come è nato il brano sanremese |
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28/2/2006 |
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 di Giovanni Pianetta
Nella sua camera Povia sta smaltendo l’adrenalina del post-debutto: «Però mi sento bene, è un’emozione positiva». Nonostante il non brillante risultato (4° la prima sera nella categoria Uomini), la «canzone del piccione», come già la chiamano a Sanremo, la canticchiano un po’ tutti. Ma com’è nato il testo? «Quando vivevo a Firenze, neanche a farlo apposta in Piazza della Passera, stavo in un sottotetto dove venivo sempre svegliato dal verso dei piccioni che non mi lasciavano dormire. A furia di sentirli, mi sono messo anch’io a imitarli ed è così che ho imparato a fare il verso. Un giorno però, ero così stufo, che sono salito sul tetto per togliere il nido: c’erano due piccioncini che stavano covando e non si sono tolti neanche di un centimetro quando mi sono avvicinato: non ho avuto il coraggio di allontanarli e li ho lasciati lì. Però questa cosa mi ha colpito e ho deciso di scrivere una canzone: l’ispirazione mi è venuta da lì. E poi è successa un’altra cosa che mi è sembrata un segno: proprio mentre scrivevo i versi, su una bancarella al mercato delle Cascine ho trovato per caso una maglietta con disegnata una coppia di colombi: l’ho comprata subito ed eccola qua! Magari una sera la indosso. La cosa che più mi ha colpito è stato quando ho scoperto che il piccione è un animale monogamo e che, quando forma una coppia, sta insieme per tutta la vita. Ed è di questo che parla la mia canzone: delle difficoltà, spesso stupide, che una coppia incontra per andare avanti. Forse il piccione non è un animale che sta tanto simpatico, visto i guai che può combinare... Anzi, sta proprio sulle palle a tutti. Non a caso chi li ama veramente sono i bambini, che con i piccioni si divertono. Anche per questo era perfetto per la mia metafora».
A proposito di magliette, vista la simpatica aria «freakkarola» di Povia parlare di look con lui è come chiedere a un frate trappista delle ultime sfilate di moda a Milano: «Infatti: la roba che metto è tutta scelta da me, nessuna firma. Neanche al Festival, perché non voglio che nessuno si distragga dal testo del mio brano che giudico “importante”. E del resto non ho portato molti vestiti: due giacche, qualche camicia, qualche maglietta e jeans».
C’è però una cosa che Povia «indossa»: un rosario di legno. «È una cosa molto importante per me: l’aveva regalato a mio padre una sua amica che è poi scomparsa. Ho chiesto a mio padre di regalarmelo. Ce l’ho dall’anno scorso, tre mesi prima del Festival, quando è nata la mia bimba. Da allora non me ne separo più, tanto che si è anche rotto, ma io lo riaggiusto sempre».
E questo rosario è solo una specie di portafortuna o viene anche usato per la sua ragione specifica? «Io ne dico sempre uno al giorno di rosario! Sono un credente, ma non praticante: del resto la fede è una cosa diversa dalla religione...».
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