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| Il blog di Cesare Cremonini |
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| L'artista bolognese si racconta ogni giorno ai lettori di Sorrisi.com |
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2/9/2006 |
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 Dopo DolceNera, gli Zero Assoluto e Tiziano Ferro arriva Cesare
Cremonini. La sezione dei «blog» del sito di Sorrisi è diventata
ormai una sorta di "suite virtuale" in cui alloggiano, a turno,
alcuni dei protagonisti del mondo della musica. L'artista bolognese tradurrà in parole tutte le emozioni della sua
tournée estiva, ma in più (ecco la novità) ci regalerà tante foto
scattate in giro per l'Italia.
Vai e vivrai (Cesare saluta e ringrazia tutti i lettori di Sorrisi)
"Home! Home again!" cantavano i Pink Floyd. Sono tornato a casa. Casa per me è un silenziosissimo appartamento nel centro di Bologna, lontano anni luce dai concerti, da Londra o dalla colorata Marrakech. Quando vi sono entrato la prima volta, 5 anni fa, ne avevo molta paura, ma piano piano, momento dopo momento ho imparato ad amare la solitudine che può contenere un involucro. La mia dimora è scura, tenue, immobile come l'antico convento dal quale proviene. Appoggiati ai mobili centinaia di oggetti che ho accumulato in questi anni, e che mi porterò dietro per tutta la vita, ovunque vada. Vivere per me è come abitare queste mura.
C'è voluto un po' di coraggio ma parola dopo parola, canzone dopo canzone, ho scoperto che sto accumulando oggetti che rappresentano il mio passato. E nessun uomo può dirsi vero uomo senza una ruga sul volto.
Anche questo blog mi ha seguito al guinzaglio giorno per giorno, ed è come se avessi appoggiato degli oggetti, o delle mie fotografie ai soprammobili di questo sito. E non è importante chi le ha viste leggendomi, o la tipologia e la profondità dei messaggi che ho ricevuto come risposta. Il mondo è attento alla superficie delle cose, quasi mai alla sua anima, quindi non vado cercando comprensione. Nemmeno io mi conosco abbastanza bene! Mi piace però raccontare, perché raccontare è occasione preziosa, e obiettivo difficile, proprio come il possedere una casa e viverla. Come per riempire un vuoto, anche scrivere di sè necessita di molto coraggio, e pazienza. Doti rare ormai. Non è certo il mio egocentrismo a darmi gli stimoli per confidare qualcosa che è già mio, che mi appartiene e che mi è utile anche al di fuori di questo blog, di questo lavoro, anche lontano da voi. Soprattutto non mi importa essere il migliore. Per carità, di numeri uno, di fenomeni, ormai il mondo è pieno. "Tutti coi tacchi gli uomini bassi, tutte rifatte le donne piatte" mi verrebbe da scrivere in rima. Come se l'apparire determinasse l'esistenza. Che rabbia che mi fanno le persone che brillano senza rendersene conto. E mi rivolgo ai più giovani, ai ragazzi ed alle ragazze che mi seguono tra un compito di inglese ed uno di matematica, che ascoltano le mie canzoni mentre si chiedono: "Che farò da grande?", "Riuscirò ad essere felice?", "Sarò all'altezza?". La vita non è una sfida. La vita è soltanto un'occasione preziosa. Quindi alzati e sorridi... Vai, e vivrai!
Da oggi in avanti tornerò a scrivere sul mio sito. Grazie a voi che avete letto e seguito questo pezzo della mia vita, lo sapete, condividere è la mia passione. E grazie di cuore a Sorrisi&Canzoni. Un abbraccio, sincero, a tutti!
Cesare
Venerdì 1 settembre 2006
Essaouira
Esiste una città che si affaccia sulla costa atlantica del Marocco, colorata
di cielo. Una città in cui non vi è muro che non sia bianco e non vi è porta
che non sia azzurra. I gabbiani marocchini ne hanno fatto la loro dimora.
Persino Jimi Hendrix in quell'epoca lontana che sono gli Anni 60 fece volare
per le strade di questo luogo i suoi pensieri. Nostalgici da ogni parte del
mondo hanno reso omaggio ai suoi colori visitandola ed abitandola per mezzo
secolo. Una città della quale si respira il passato. Questa città porta il
nome di Essaouira.
Sono approdato qui dopo cinque giorni passati a Marrakech, che mi ha lasciato
addosso il suo fascino ed il suo profumo di spezie, condite di allegria.
Essaouira è diversa. I suoi colori non sono quelli del deserto, ma quelli del
mare.
Dopo aver letto e sentito parlare a lungo di questa città era inevitabile che
ne fossi incuriosito, anche perché sono sempre stato convinto che le città che
si affacciano sull'Oceano Atlantico ne subiscano l'influenza. L'energia
imponente dell'oceano porta con se forza, potenza, crudeltà e vita. Non è un
caso che ad Essaouira il vento soffi in continuazione, e forte. Come a dirti:
"Sei qui, ma qui niente è tuo!". Ovviamente ho comprato una chitarra,
economica, come per ogni viaggio. Chissà che non salti fuori una canzone.
Abbiamo conosciuto diversi ragazzi marocchini e stasera andiamo a cena da loro
un po' fuori da qui. I discorsi con loro sono molto interessanti, e si parla
parecchio di religione, di culture diverse, e di sogni. Bello. Un abbraccio.
Cesare
Domenica 27 agosto 2006
Arrivato!
Roma-Casablanca. Casablanca-Marrakech. Approdo in Marocco e come avviene
sempre quando lascio cadere l'ambiziosa morsa dell'adrenalina, la prima
necessità che sento, forte, violenta, è quella di dormire. Così non faccio in
tempo a poggiare le valigie che già affondo le orecchie in un meraviglioso
letto profumato, tra cuscini rosa, freschi e morbidi, nella camera di una
villa immersa nel verde a pochi chilometri da Marrakech. Mi sveglio dopo aver
sognato di tutto: alberi giganti i cui frutti succulenti mi invitavano a
pranzo, bianche navi crociera che partivano per isole lontane, stelle cadenti
che cambiavano colore mentre attraversavano il cielo. Ma non sapevo che lo
spettacolo più bello lo avrei visto poco dopo aprendo gli occhi. Ore 12 e 30.
La camera sembrava splendere di mille colori caldi e dalle finestre di legno
intravedevo un giardino fiorito, luminoso ed invitante. Mi alzo e mi dirigo
incuriosito verso l'enorme porta della camera, attraversando un salotto che
sembra fermo nel tempo. Tappeti colorati, pavimenti in stile moresco, mobili,
vetri e armadi in stile coloniale. Tutto pare rinvenuto in chissà quale baule
antico, disperso tra le pagine di un libro di storia. L'aria profuma di
spezie, di natura esotica, ed è lo stesso profumo che ho sentito nei miei
viaggi a Zanzibar, in Tunisia, o in Egitto.
La cantilena lontana che mi accompagna mentre mi lavo i denti mi ricorda che
io e i miei denti siamo in un paese musulmano. Raggiungo il centro di
Marrakech nel pomeriggio, in macchina. Le mura che proteggono la Medina (in
arabo "città") mi portano immediatamente indietro nel tempo. In Italia sono
rimaste ben poche le città in cui sono ancora integre. Entrare nel cuore di
Marrakech è già di per sé un'esperienza affascinante, perché il minareto,
cioè quella struttura torreggiante collegata alla moschea, dalla quale
proveniva la cantilena di cui vi parlavo mentre mi lavavo i denti, è sempre
ben visibile, ed è un riferimento costante fin da fuori le mura, e come un
cuore richiama qualunque visitatore verso il centro.
Questo cuore, inevitabilmente, è la grande piazza Jemaa el-Fna. L'anima di
Marrakech, in questa irregolare piazza, fa mostra di sé in tutto e per tutto.
E' sempre stracolma di gente, allegra e colorata. Anzi, coloratissima.
Incantatori di serpenti, giocolieri, cantastorie si mescolano a turisti,
gente comune, mercanti, in un via vai senza sosta, che ti rapisce al volo,
lasciandoti a bocca aperta. Anche le orecchie hanno il loro compito, come
tutti gli altri sensi, poichè il vociare della gente ed il suono dei tamburi
sono continui. Nelle ore vicine al tramonto tutto questo si fa ancora più
coinvolgente, ed ogni forma si colora di un arancione vivace e ipnotico. A tal
punto che vorresti continuasse all'infinito. Perdersi fra le miriadi di
strade del mercato che si sviluppa intorno alla piazza è qualcosa di magico.
Mai visti tanti colori, mai uditi tanti suoni, mai odorati tanti profumi tutti
in una volta. Eppure non sono così vergine del mondo. Ora in camera. Stanco
morto. Dormo.
Cesare
Mercoledì 23 agosto 2006
Verso il Marocco
Oggi Roma splende, dopo aver tuonato insieme ai lupi tutta la notte. Ieri l'ultimo concerto prima dello "Stop! Vacanze!"..ecc..ecc.. Fortunatamente non
abbiamo nulla da dimenticare perché il tour fino ad ora ha regalato a tutti
noi emozioni uniche, a tratti nuove. Ci hanno seguito più di centomila occhi,
fino ad ora. E un po' mi piange il cuore perché abbandonare la barca e la
ciurma anche se per poco è un sottile dispiacere, ma stasera parto per sei
giorni di (meritata) vacanza. Direzione Marocco.
Scriverò ancora ne sono sicuro, perché sono sicuro che di cose da raccontare,
emozioni da confidare ce ne sono sempre, e lo farei comunque, qui, sul muro di
casa mia, o chiuso in una prigione. Ma ne approfitto per ringraziare chi mi ha
letto in queste settimane, chi ci ha seguito nei concerti, chi nel mio forum
sul sito continua a fare assidua presenza, chi ci ha scoperti questa estate, e
chi ci segue da sempre. Dico spesso, perché deve essere chiaro, che le canzoni
le scrivo per me, ma non nascondo che è il sorriso degli altri che regala le
soddisfazioni più forti. Diciamo che oggi per me finisce il "primo tempo" di
un film che si chiama "Summer Tour 2006", ma che è stato a tal punto
avvincente da meritare interesse e curiosità per il finale. Che strano! Quando
ero piccolo la notte piangevo perché immaginavo il futuro come un incubo di
responsabilità e sacrifici, ed in effetti lo è. Ma mai avrei pensato che fosse
anche un tale insieme di note e parole in rima. So già che mi mancherete, e mi
mancherò laggiù. Ma tornerò come sempre carico, e il palco che mi aspetta,
quello di Cagliari, sarà bollente, almeno quanto il deserto che mi attende fra
poche ore... Vi lascio un messaggio che mi ha spedito un mio caro amico pochi
giorni fa. Andava bene per me, ma credo possa "funzionare" per tutti.
"Caro Ce, la scelta che in qualunque momento prendiamo è sempre la migliore
possibile tra le mille alternative. In quel momento è quella giusta. Il
futuro? Beh, quello chi lo può sapere". Spero di non essere stato banale. Un
abbraccio.
Ce
Lunedì 21 agosto 2006
L'anguria
Mi piace raccontare la mia infanzia perché è l'esperienza più comune a tutti
gli esseri umani. Forse è per questo che si perde così tanto tempo durante una
vita cercando di essere diversi da quello che si è realmente. Senza tregua,
senza sosta si fa di tutto per trovare una via di fuga all'anonimato dell'uguaglianza, cercando cercando cercando la nostra identità, qualcosa che ci
suggerisca: "IO! SONO! UNICO! E SPECIALE!". Ma è così banale andar per mare
senza alcuno che sorrida lì al tuo fianco a dirti: "Non è vero!".
Tutti cadiamo in qualche modo nella trappola della vita, uscendo dalla stessa
porta, la stessa che da grandi ci farà fare follie, ad occhi chiusi, grazie
alla sofferenza di una madre che regala al mondo un'altra speranza, suo
figlio, tu, la tua storia.
E tutti impariamo a non toccare le rose pungendoci con le sue spine.
L'anguria che ho mangiato stasera nella mia Bologna (l'anguria dell'Agnese), mi ha ricordato una cosa buffa. Da piccoli quando si mangiava l'anguria c'era sempre aria di festa. Perché? I grandi stavano in giardino
tutti seduti a chiacchierar di cose loro, a leggere, mentre noi piccoli
facevamo a gara a chi sputava più lontano i semi di quel frutto così speciale,
grande, dolce, colorato, estivo. Nonna buona, felice, nonno sordo contadino,
mamma bella ed ex ragazza, babbo serio e dottorone, zio simpatico e
dolcissimo, zia biondissima mia zia, fratellone compagnone, cugino già ometto
con la barba, campagna solitaria al tramonto, verde e profumata. Le galline
stupidine che si beccano a dispetto. Quel cagnone, così vecchio e permaloso.
Nascere e crescere in campagna mi ha fatto bene. Si giocava al mercato con gli
avanzi della frutta che il nonno vendeva la mattina.
La mia "ninna nanna" per tanto tempo è stata questa, cantata dalla mia mamma
(stonatissima): "Don don don don, la mi mamma le andè a massa, il mi papà l'è
andè al merchè! Don don don don!". E se non riuscivo a dormire il babbo (non
volentieri) veniva a raccontarmi la favola. Sempre la stessa. Un asino si
perdeva in campagna, dove abitava, e mentre cercava la via del ritorno veniva
a piovere. Poi i tuoni, i fulmini, e lui spaventato si perdeva nella
nebbia, probabilmente ferito. Un'ansia! No. In effetti la mia infanzia non è
stata molto comune. Se neanche la favola ci addormentava mio padre passava al
piano B. Le temibilissime preghiere. Al secondo Padre Nostro io facevo già
finta di dormire. Le coperte su cui dormivamo erano state cucite a mano,
questo già lo sapevo, e mi piaceva il contatto col lino grezzo, un po' ruvido,
ma fresco! Non dormivo mai, un po' come adesso. Ascoltavo i rumori della
campagna, e mi chiedevo quali mostri si nascondessero nell'armadio, mentre
mio fratello ronfava sereno. Se mi prendevo troppa paura veniva il momento
"Maammmmaaaaaaaaaaa!". Al terzo richiamo era già lì, sempre dolce e gentile. E
mi baciava e mi dava la manina, raccontandomi la sua favola per me. Una storia
sempre diversa ogni volta, ma con gli stessi protagonisti. Tartaruga Ruga, e
Giraffa Raffa. Quando se ne andava ancora non dormivo, ascoltavo i suoi passi
che silenziosi si allontanavano convinti di avermi addormentato, seguivo il
suo percorso col pensiero fino a quando il rumore del suo corpo che si
sdraiava sul suo letto non mi suggeriva di nuovo il silenzio. Poi qualcosa mi
rapiva, piano piano, e mi portava sognando fino al mattino. "Ora vivo da solo
in questa casa buia e desolata, il tempo che davo all'amore lo tengo, solo
per me. Ogni volta in cui ti penso mangio chili di marmellata. Quella che mi
nascondevi tu. L'ho trovata".
Cesare
Sabato 19 agosto 2006
Madre Natura (e non solo)
Madre Natura è crudele. Non ci vuole un genio a rendersene conto. E' forse
anche per questo che la mia morale, italiana in tutto e per tutto, è destinata
più che mai alla confusione. Ho ricevuto un'educazione cattolica che più
cattolica non si può dai miei genitori. E se dovessi esprimere il motivo per
cui ho un tale rispetto della vita, probabilmente fra le varie motivazioni ci
metterei anche queste. Le domeniche in chiesa, il catechismo da piccolo, i
divieti più impensabili, la prudenza più ipocrita. Tutte queste faccende erano
il pane quotidiano della mia infanzia. E sebbene abbiano costruito a lungo
andare in me un'umiltà (nei confronti dell'esistenza) preoccupante, in fin
dei conti mi hanno anche tenuto lontano dai guai nei periodi in cui un
ragazzino fa troppo in fretta a buttarsi via, così come mi hanno annunciato
chiaro e tondo in tenera età l'intenzione da parte dei miei genitori di
proteggermi da qualcosa di incontrollabile che viveva fuori dalla mia porta di
casa: la realtà per quella che è scremata dalla favola. Una realtà murata ma
attraente al punto da spingermi a cercare un modo per raccontarla (alla mia
maniera). Oggi però queste mura non sono più possibili, perché Madre Natura ha
in tasca un ipod nano con cui ascoltare musica, legge i giornali, guarda dvd,
e ha il satellite. Mentre Dio a momenti ancora parla latino in chiesa. Che la
Chiesa come istituzione fosse un premio nel calderone della Storia mi era
sembrato vero, da piccolo. Ora non più. E se non tutto il male vien per
nuocere, alle volte è vero anche il contrario. E così eccola qui la mia
coscienza, illusa per secoli, a fare i conti con la realtà, e con una valigia
di errori commessi. Giovanni Paolo II ha lasciato un vuoto così grande che
neanche Lippi, Cannavaro e Gattuso sarebbero stati capaci di colmarlo questa
volta. La polemica (per raccontare la più banale, ma quella che ha fatto più
rumore) del "concerto di Madonna" è stata un'altra ridicola scena che solo il
"teatro Italia" in Europa poteva imbastire.
Mi è parso che avesse ragione Silvio Berlusconi, quando, ancora capo del
governo sostenne fiero: "Siamo i più americani d'Europa". Sì certo, nell' ipocrisia, nell'aver radicato nel nostro costume, nel nostro dna le più
controverse contraddizioni. A differenza dell'America, però, dove
"rock'n'roll" e "buon costume" hanno convissuto e si sono sviluppate
scontrandosi ma trovando un tale seguito popolare da non poter essere mai e
poi mai sottovalutate, l'Italia è rimasta imprigionata nelle sue paure di
sempre. Conosco un ragazzo che è stato in galera per più di undici anni, e mi
racconta di come la tua vita sia ferma quando sei dentro, di come sia tutto
immobile. Ogni ideologia al giorno d'oggi è una prigione. Mi vien da scrivere
in rima.
E non serve che Madre Natura
ogni giorno ci svegli
e ci percuota il "sederino" col suo battipanni.
A pochi interessa,
ma quando detta le sue regole,
che stanno in piedi da sempre,
il nostro Dio, cosi come il loro,
non è mai nei paraggi.
Stasera concerto all'Arena del Mare di Pescara. Ci sarà il pienone e sono
elettrizzato all'idea di salire sul palco. Sono avvenimenti importanti per
me, in cui cantare assume un significato che va oltre al piacere, ed al
divertimento. Ci si sente vivi e in qualche modo responsabilizzati di qualcosa
di unico.
Ed è in quei momenti in cui le domeniche in chiesa e l'educazione severa
della mia infanzia riemergono, e tutto si aggiusta quando a fine concerto, un' occhiata lassù la do volentieri, e sottovoce sibilo un sereno: "Grazie..."
Cesare
Martedì 15 agosto 2006
Il sito ufficiale di Cesare Cremonini
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