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| Anche Michele Zarrillo canterà giovedì con Concato e De Piscopo |
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| Non sarà un duetto bensì un trio, quello che Fabio Concato ha approntato per la serata di giovedì sul palco dell’Ariston. Insieme con lui, infatti, scenderanno in pista anche l’incredibile batterista Tullio De Piscopo e la voce suadente e melodica di Michele Zarrillo. |
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26/2/2007 |
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 di Barbara Mosconi
Non sarà un duetto bensì un trio, quello che Fabio Concato ha
approntato per la serata di giovedì sul palco dell’Ariston. Insieme con
lui, infatti, scenderanno in pista anche l’incredibile batterista
Tullio De Piscopo e la voce suadente e melodica di Michele Zarrillo.
Come nasce questo inedito trio?
Mi sembra che Michele Zarrillo possa entrare coerentemente nel
progetto del pezzo, abbiamo molte cose simili.
Concato/Zarrillo, cosa li accomuna?
Zarrillo è uno che con altrettanta non chalance decide di non farsi
vedere per due, tre anni, e riesce comunque ad andare a dormire la
sera, se non ha nulla di decoroso da cantare, sta a casa. Dovrebbero
farlo più persone. E poi è coerente anche con il testo della canzone.
In che senso?
Nel senso che nella canzone si parla di una persona di cinquant’anni,
lui ha 49 anni, io 53, siamo quasi coetanei. Mi ha detto che quando
ha ascoltato il pezzo si è commosso, ha avuto un grosso brivido.
E Tullio De Piscopo?
De Piscopo ha supervisionato tutte le canzoni del nuovo album, dando
molti suggerimenti utili, mi sembrava logico chiamarlo a fare una
cosa insieme.
La parola “culo” contenuta nel pezzo ha già suscitato reazioni. Ci
voleva proprio?
Quella parola è ampiamente giustificata e giustificabile, è un modo
di dire (“dovrei dare quel che resta del mio culo/per campare”),
visto che si parla di un momento doloroso e difficile nella vita di
una persona che ha perso il lavoro.
Anni fa le avrebbero permesso di usare questa parola sul palco
dell’Ariston?
Non ne ho idea, ma credo di sì, se ha una sua giustificazione, lo
stesso vale per Daniele Silvestri quando dice “stronza” nel suo
pezzo: è molto più volgare rubare i soldi senza andare in galera.
Nel frattempo il premio Lunezia si è già espresso sul valore
letterario delle canzoni di Sanremo: per “Oltre il giardino”
scomodano persino Montale e Sereni...
Strano, perché Sereni è uno dei mie poeti preferiti e strano che
qualcuno conosca Sereni, mi fa piacere essere smentito in questo.
In che altro si trova smentito?
Mi sto ravvedendo in qualche modo, per esempio è dal 2003 che non
pubblicavo dischi.
Cosa aspettava?
Che ci fosse l’aria giusta per pubblicare, in primis, e poi avevo già
sciupato altri due, tre dischi precedenti e non intendevo sprecarne
altri, ho lasciato anche la mia casa discografica, dolorosamente.
Poi però ha incontrato Claudio Dentes, il produttore di Elio & Le
Storie Tese, uno strano connubio...
È Dentes che ha scelto me, siamo amici da molti anni, anche se non
abbiamo mai lavorato insieme, poi il mio editore ci ha fatto
rincontrare, abbiamo cominciato a parlarci e collaborare.
E l’ha convinto?
Si vede che non mi conosceva sufficientemente, ha ascoltato le cose
che ho fatto, lui veniva dal rock, dalla musica di un certo tipo, io
dal jazz, dalla musica brasiliana, eppure abbiamo creduto che questa
diversità potesse funzionare.
È stato lui che l’ha portata a Sanremo?
Nonostante io non avessi questa intenzione di venire a Sanremo, lui è
una furia umana, mi ha detto che aveva un senso se ci fosse stata una
canzone particolare e c’era. Eccomi qui.
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