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| Norah Jones al Festival: «I cantanti italiani? Mi piacciono "Succhero" e la Callas» |
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| La prima ospite internazionale del Festival confessa di
non conoscere granché della musica italiana e annuncia di aver fatto
pace con suo padre Ravi Shankar, il musicista che suonava il sytar
con i Beatles |
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27/2/2007 |
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 di Giovanni Pianetta
Si siede, in una sala riunioni del lussuosissimo Hotel de Paris di
Montecarlo, e davanti a lei una tazza di te fumante. Piccolissima, ma
proporzionata e deliziosa, occhi neri e profondi, un bellissimo
sorriso, neanche un filo di trucco, maglietta e jeans: è la
semplicità fatta persona Norah Jones (27 anni) che stasera vedremo al
piano eseguire la sua «Thinking about you» (grande successo alle
radio), ospite internazionale al Festival. Arrivata direttamente
dagli Stati Uniti, ha scelto di rifugiarsi nel Principato per non cadere nel caos sanremese. Poi, domani, ripartirà per Amsterdam. Una bellezza,la sua, che rivela la mescolanza di sangue tra il padre indiano,Ravi Shankar, mitico sytarista dei Beatles, e la madre texana. Anche il suo terzo album, «Not too late», sta mietendo successi (è pure
nella Top ten italiana) e le sue vendite vanno ad aggiungersi alle
oltre 45 milioni di copie già portate a casa con i precedenti«Come
away with me” (il debutto che la rivelò alla platea mondiale solo
quattro anni fa) e il successivo «Feels like home» (2004).Ma ne sa qualcosa Norah del Festival della canzone italiana? «Ora sì! So che è la 57a edizione, ma confesso che prima non ne
sapevo granché: non conosco molto della canzone italiana salvo
Succhero (dice proprio così). Ah, sì, anche la Callas! La
adoro» (veramente, Maria Callas era greca; ndr).
E Pippo Baudo si è già fatto vivo?
«No, questo signor Pippo Baudo non l’ho ancora sentito; avrei voluto
interpretare qualcos’altro oltre a “Think about you”, ma non hanno
voluto».
Cosa ne pensa della situazione attuale negli Stati Uniti?
«Spero che ci sia un cambiamento dopo Bush, io non sono una cantante
strettamente politica, ma seguo cosa sta succedendo e, personalmente,
amo sia Hillary Clinton che il senatore Barak Obama e appoggio le
loro candidature. Tuttavia non penso che sia responsabilità degli
artisti dare il via a movimenti sociali o campagne politiche. Il mio
Paese, gli Stati Uniti, sono una nazione così gigantesca e così
diversa da un capo all’altro… Io vivo a New York, che è un altro
mondo rispetto alla provincia americana. Siamo un Paese diviso e le
elezioni lo hanno dimostrato. Anche culturalmente siamo un Paese
diviso».
Come mai ha definito questo nuovo album «molto personale e un po’
cinico»?
«Proprio perché non sono avulsa dal mondo in cui vivo: questo lavoro
risente delle notizie che ci hanno circondato in questi ultimi tre
anni, guerre, disastri naturali. Di mio, io non sono cinica, ma
positiva, però quello che si vede e si sente… Anche musicalmente nel
disco c’è qualcosa di triste, un tocco in più. Sul piano personale è
stato più coinvolgente perché nelle canzoni ci sono anche storie mie
private».
A proposito di musica, come definirebbe la sua che risulta così
semplice ma elegante?
«Direi che non è catalogabile. Sicuramente non è pop music e
sicuramente è molto influenzata dal jazz. In realtà sono stata
influenzata anche da alcune “vecchie” signore della musica
americana, come Billie Holiday ed Aretha Franklyn. Poi ho fatto la
Arts High School e nessuno degli studenti là sentiva Madonna… Però io
i Nirvana, in quegli anni, non me li sono persi!».
Vincere cinque Grammy cambia la vita?
«Non saprei. Sono stata molto felice di vincerli, ovvio, però no, non
mi hanno cambiata. Personalmente, poi, non sono neppure troppo
interessata ai soldi. Però, certo, mi sono potuta concedere studi di
registrazione migliori e, professionalmente, cose più belle».
Nel retrocopertina del suo ultimo album è riprodotto un quadro con
una pianista dai grandi occhi…
«Sì, sono io, ed è il regalo che mi ha fatto una mia amica pittrice;
l’ho appeso nel bagno del mio studio di registrazione: è particolare,
vero?»
I rapporti con suo padre sono sempre tempestosi? Lei non ne ha mai
voluto parlare…
«No, non è più un problema parlare della mia famiglia come quando
incontravo i giornalisti per il lancio del mio album di debutto. C’è
voluto del tempo per riprendere i rapporti con mio padre che di fatto
mi aveva abbandonata. Sono cresciuta in Texas da sola con la mamma…
Ma ora abbiamo ristabilito un rapporto. Così come con mio sorella
minore Anoushka, pure lei musicista».
Allora potremo vedere future collaborazioni in famiglia?
«Ma no, quella di mio padre è una musica talmente diversa! Dubito che
succederà. Forse invece con mia sorella sarebbe possibile: siamo
entrambe giovani e più vicine musicalmente».
Norah, lei come compone?
«Quando ero a scuola iniziai col piano, ma poi, arrivando a New York,
sono passata alla chitarra, anche se per me, che la suono da mancina,
è un po’ più complicato. Adesso trovo che mi sia più facile comporre
al piano, però so che, come pianista, sono un po’ conservatrice nel
mio modo di suonare, ma dato che non sono una grande chitarrista…».
A proposito di New York, vive ancora lì?
«Certo, a Manhattan, nel Village. Cos’è New York per me? E’ la
comunità dei miei amici, quelli con cui ancora vado a suonare nei
piccoli club».
E al cinema ci va?
«Certo! Adoro i film di Almodóvar, il mio regista preferito. E quelli
vecchi con Anna Magnani: era così passionale…».
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