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| Il Festival visto da lontano: la galleria racconta |
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| In galleria, in ultima fila. Tra i clic dei fotografi rotti a
ogni emozione e gli ultras di Sanremo. C’è chi ha preso giorni di
ferie, chi è arrivato dalla Sicilia e chi ripartirà subito dopo.
Perché gli alberghi costano troppo |
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28/2/2007 |
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 di Cinzia Marongiu
Il Festival visto dalla piccionaia. Posto quattordici, fila sedici.
Che poi è l’ultima degli «ultimi» dell’Ariston, quelli da 85 euro a
serata contro i 170, esattamente il doppio, dei fortunatissimi,
spaparanzati in platea a cogliere smorfie ed emozioni di chi sta sul
palco e, soprattutto, a cercare di farsi cogliere dallo sguardo di
qualche telecamera. E poi a dire «Io c’ero». Ma anche quassù, in
galleria la consapevolezza di sé tracima da ogni scarpa
infiocchettata, da ogni scollatura sfida-freddo, da ogni borsetta
argentata. Perfino da ogni mise sadomaso. E da ogni jeans. Sì pure i
jeans, strappati e scoloriti come griffe comanda.
Le pellicce no. Quelle hanno potuto fare mostra di sé solo nel foyer,
abbagliato dalla luce delle mille telecamere dei mille programmi, rai
o mediaset che siano, che rimandano le stesse immagini delle stesse
interviste alle stesse persone. «Emozionata signora?». In un perverso
gioco di rimandi all’infinito, «io ci sono», «io c’ero», «io spero di
esserci ancora». Ora invece, a pochi minuti dall’inizio delle danze,
se ne stanno meste nel guardaroba, lontano dagli sguardi. «Sono quasi
tutti visoni», annota la guardarobiera. «Marroni, grigi, beige. Ma ci
sono anche uno o due leopardi. E poi c’è anche una pelliccia bianca,
fatta con le piume. Chissà che animale è…». Dopo le due rampe di scale ad accoglierti ci sono le signorine,
rigorosamente black, che insieme al sorriso quest’anno ti porgono
anche un depliant completo di tutti i testi delle canzoni. All’inizio
tutti lo sfogliano interessati. I più secchioni lo consulteranno
anche durante lo show. Ma per la maggior parte finirà per diventare
solo un ventaglio di fortuna.
Nove e dieci, «signore e signori Pippo Baudo!!!». Finalmente si
comincia. In galleria esplodono gli applausi, fragorosi, incessanti.
Qui ci sono gli ultras del Festival, quelli che si entusiasmano,
quelli che non si annoiano, quelli che pur di esserci si sono presi
giorni di ferie e si sono sobbarcati viaggi chilometrici, in aereo,
in treno o in macchina. Ecco due signore, camicetta dorata una,
blazer bianco l’altra. Agata e Maria. Età indefinibile, tra i
quaranta e i cinquanta. «Siamo cugine, Maria sta a Torino, io invece
vivo a Mazara del Vallo, in Sicilia. Sono amministratrice di una
clinica ma ho preso due giorni di ferie per esserci. Adoro
l’atmosfera del Festival. È già il secondo anno che io e Maria ci
diamo appuntamento qui». Da vere intenditrici, compilano subito le
loro pagelle: «Ok Pippo e Michelle, out Nada». Domani replicano e
poi a casa, contente. Ma c’è anche chi a casa ci deve tornare subito,
appena Pippo passerà la linea a Chiambretti. Come Iside, 25 anni che
è arrivata stasera con la madre da Casal Pusterlengo. «È in provincia
di Lodi. Ci ho messo tre ore e mezzo in macchina ma appena finisce
riparto subito. No, in albergo non dormo. Costa troppo. Mia mamma è
in mobilità e io lavoro in una palestra». Le canzoni si susseguono,
gli applausi pure. «Il cuore batte a 600 all’ora», cantano i
Facchinetti. Proprio come quello di Annamaria, 17 anni, «debuttante»
all’Ariston. Sembra una Dufour anni 50. Vestito a palloncino bianco e
nero, proprio come le scarpe con tacco alto, in un tripudio di fiori,
pizzi e raso. «Me l’ha comprato mio padre», annuncia orgogliosa. E
nessuno avrebbe mai il coraggio di mortificare tanto entusiasmo.
Nemmeno i più scafati, quelli rotti a ogni emozione, che i Festival
se li annotano con le crocette manco fossero carcerati in cella. I
fotografi sono moltissimi, quasi un esercito, armato di teleobiettivi
da 6 o 7 chili l’uno, bazouka semi-silenziosi che nei primi 40
minuti scaricano qualcosa come 300 colpi e offrono un inedito
sottofondo all’orchestra di Caruso, clic clic clic. Taratata. Clic.
Sono loro i padroni della galleria, quelli che appena osi alzarti ti
fulminano con un «giù» e tu, buono buono, torni in trincea, al tuo
posto, ad aspettare la pausa pubblicitaria. Gli ultras però non sono da meno. In barba al cartello che ti
accoglie, «È severamente vietato l’uso di telefoni cellulari,
fotocamere digitali e apparecchiature elettroniche», puntano verso il
palco qualsiasi diavoleria high tech. Gli addetti alla security,
anche loro tutti in black, non vedono niente. O forse fingono. Clic,
clic e clic. I più sprovveduti si accontentano di fotografare con i
telefonini. E poi vai con gli sms e con le telefonate. «Senti? Sono
all’Ariston». E poi ci sono i nostalgici. Quelli dei cari vecchi
binocoli appiccicati sul naso per non perdersi nemmeno un sorriso di
SuperPippo. Le ore passano, le canzoni pure. Gli applausi resistono ai primi
sbadigli. Il pronto soccorso lo offre un baretto ultraeconomico. 80
centesimi per un trancio di pizza, pure saporito. Un euro per la
bottiglietta d’acqua, che fa molto Los Angeles. A mezzanotte anche
gli ultras cominciano a sfollare, senza neanche sapere chi è passato
tra i giovani. Tanto la maggior parte di loro saranno qui anche
domani. Come una famigliola toscana che si attarda per assaporare
fino all’ultimo l’ossigeno ormai viziato dell’Ariston. Carlo, il
marito, ha l’aria sfatta e rassegnata. «Parli con mia moglie. È lei la
fanatica». Emma, infermiera professionale di Livorno, invece è
entusiasta. «Questo è il mio terzo Festival. Pippo è bravo, ma
Bonolis ci faceva divertire di più, anche durante la pubblicità».
Domani saranno ancora qui, e poi ancora e ancora, fino alla finale
di sabato. 85 euro per tre persone per 4 serate più i 285 a testa per
la finale. «Certo in platea è un’altra cosa. Ma costa il doppio.
Abbiamo preso una settimana di ferie. Dormiamo in albergo. Perché? Ma
me lo chiede pure?» Già, Sanremo è Sanremo.
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