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Che stress il successo (quasi quasi mi faccio una tisana...)
Nell'estate del 2001 un esordio al fulmicotone. Poi concerti, tour, viaggi in giro per il mondo e addirittura una nomination ai Grammy latini. Tiziano Ferro traccia il bilancio di questi due anni che lo hanno reso una star
5/11/2003
di Giovanni Pianetta
(foto Francesco Allegretti)

Lo aspettano al varco - chi con i fucili puntati, chi con sola curiosità - e lui lo sa perfettamente. Non si vendono nel mondo, da assoluto esordiente, un milione di copie di un singolo («Xdono») e un milione di copie di un album («Rosso relativo») senza che questo ti ponga sotto le forche caudine. Non entri, nel giro di poco tempo, tra i rari cantanti italiani davvero noti all'estero, alla stregua di un Bocelli, di un Ramazzotti, di una Pausini, senza suscitare invidie. E ora che sta per uscire il secondo lavoro, quell'attesissimo «111 Centoundici» con le sue nuove 13 canzoni, critici, discografici e fan contano i giorni sino al 7 novembre. Vero, Tiziano Ferro?
«Beh, diciamo che adesso sento una pressione forte. Non prima, quando lavoravo al disco, ma ora. Anche perché me la mettono. So benissimo che questo lavoro non è solo un fatto artistico, che dietro c'è anche il mercato con le sue esigenze. E qualsiasi dettaglio sbagliato te lo fanno pesare. Sto prendendo tisane di valeriana su tisane...».
Ok, prima di cadere in catalessi meglio allora tracciare un bilancio: da sconosciuto ragazzo della provincia italiana a star celebre da Mosca a Buenos Aires.
«Questi due anni mi hanno cambiato la vita, specie la gestione dei miei tempi e dei miei affetti, che non ho quasi più. Certo, vivo sempre a Latina, in famiglia, ma solo una zucca vuota potrebbe fingere che il successo non ti cambi nulla. Intanto mi alzo molto prima di quando andavo a scuola e vado molto prima a letto. Anche perché viaggio in continuazione. Devi essere sempre al massimo della forma, anche se crolli di sonno o di fame. Io poi sono dei Pesci: un ipersensibile. Ma ho dovuto imparare a limare la mia permalosità per accettare tutte le critiche che arrivano quando diventi un personaggio pubblico. E ho migliorato anche altre parti di me: apprezzo di più la semplicità e il calore della famiglia. Un po' come quando sei a militare e inaspettatamente scopri quanto ti mancano i tuoi... Certo, professionalmente ho migliorato il mio approccio alla musica come lavoro: mi considero un "workalcoholic", un drogato di lavoro, all'americana. Però non sono diventato affatto più sicuro, specie verso l'esterno: i media, i critici discografici...».
E il privato?
«Il privato è drammatico. Questo è un lavoro che ti toglie molto sul fronte umano: un lavoro dai tempi massacranti che ti isola. Ne soffro molto. E in questi due anni sono diventato più diffidente verso le persone, perché non so mai se chi ho davanti è interessato alla persona Tiziano Ferro o al fenomeno Tiziano Ferro...».
L'amaro prezzo del trionfo?
«Tu ironizzi, ma io tutto questo successo, specie quello internazionale, non me lo aspettavo e forse non lo cercavo. All'inizio il progetto mio e dei miei produttori era modesto, circoscritto: le 100 mila copie erano un sogno, un mito. A me, poi, l'Italia bastava: quando la Emi francese ha detto "Stampiamo il tuo album" non ci credevo! Diciamola tutta: in realtà la molla che mi spingeva era dimostrare ad alcune persone a me vicine che ero in gamba, che potevo riuscire. Ma da lì in poi... Così ho dovuto fermare i miei studi a Scienza della comunicazione. Adesso mi piacerebbe almeno riprendere le lezioni di canto: però se viaggi sempre come fai?».
Già, l'estero: Tiziano si è pure tolto la soddisfazione di una candidatura ai Grammy latini...
«Il potere del Grammy è davvero grande: basta avere una nomination perché si sviluppino contatti e ti si aprano porte in tutto il mondo. Anche se mi sono reso conto che noi italiani siamo malati di esterofilia: io avevo inciso la versione inglese delle mie canzoni, pensando ai Paesi del Nord, specie la Scandinavia. Alla fine è risultato che là volevano la versione originale in italiano: all'estero adorano la nostra lingua!».
A proposito di album, questo nuovo?
«Il titolo "111" è un numero ricorrente nella mia vita: era il mio peso a 18 anni; era la mia prima camera al mio primo tour; quando atterrai a Parigi, per la mia prima trasferta, l'orologio segnava 1,11... La veste musicale di questo lavoro è un po' come quella del primo, se vuoi più R...B, però con sonorità rese ancor più moderne. In più m'è cresciuta la voce. A questa età, due anni sono tanti: si cambia davvero e adesso ho anche più bassi. Ho lavorato parecchio sui testi: sono più amari, con situazioni più crude. È un lavoro estremamente personale, una sorta di diario di ciò che sono stati questi due anni. Mi sono esposto molto...».
Intanto, nelle radio va forte il singolo di lancio «Xverso», sempre con 'sta mania della «X»...
«Guarda che questo brano l'ho scritto l'anno della maturità, nel '98: semmai è "Xdono", che è del 2001, ad aver copiato la X! Mah, forse "Xverso" non è la miglior canzone del Cd, però andava bene per il mio rientro: è il manifesto del mio stile e se non fosse stato scelto come pezzo di lancio, forse non l'avrei più usato come singolo. Ma i brani che più amo sono "Sere nere" e "Ti voglio bene"» (due brani di grande impatto, che da soli valgono l'album).
E poi, Tiziano, ci sarebbe quel video «alla Justin Timberlake», legato al brano e girato a Cuba...
«Come sarebbe a dire "alla Justin Timberlake"? Allora andiamo all'origine delle cose, perché lui, come tanti altri, si rifà a Michael Jackson: siamo tutti figli suoi! Però io è già da due anni che ballo così. Il mio punto di riferimento è Michael. Ma quale Timberlake! Semmai sono passi dell'agro-pontino, visto che il mio coreografo è un ragazzo di Latina!».
Alla faccia della «permalosità limata»... Ma bisogna capirlo: ha da passà 'a nuttata. Anzi, venerdì 7 novembre...
Domande e Risposte
Alfonso Signorini


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