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| Me la prendo con me stesso perché non mi godo la vita |
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| «Ho iniziato a lavorare molto presto e mi sono reso conto che per me è troppo importante. Ma così non ho modo di dedicarmi alla vita». Le ragazze lo amano. Ma lui non è fidanzato. E il perché lo spiega in questa intervista (sorprendente) a «Sorrisi» proprio mentre nei cinema esce il nuovo film, «Il mio miglior nemico». Dove recita accanto a Carlo Verdone. Ecco una galleria di immagini da non perdere |
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9/3/2006 |
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 di Alberto Anile
foto E. Paoni/Contrasto
Dice che il polso e la fronte sono due punti nevralgici. «Sono due parti terribilmente private» dice Silvio Muccino. «I polsi li tengo sempre protetti da braccialetti vari e sulla fronte mi ci metto davanti i capelli. Non so perché, ma mi sento più protetto».
Silvio Muccino è impegnato in un massacrante tour de force promozionale per «Il mio miglior nemico», che ha interpretato e scritto assieme al regista, il «mostro sacro» Carlo Verdone. Nel film è Orfeo Rinalduzzi, un ragazzo ruspante e aggressivo, più violento dei personaggi finora interpretati, quasi cattivo. Barbetta incolta, ciuffo in fronte e cinture borchiate, Silvio se ne va in giro con lo stesso look stracciato del suo ruolo.
Sei rimasto prigioniero del personaggio?
«È sempre così, finché non passo al prossimo personaggio tendo a non uscirne. Orfeo è stato molto importante, lasciarmi la barba è un vezzo per portarmelo appresso».
È quasi cattivo...
«È di un'estrazione sociale diversa rispetto agli altri miei personaggi. E poi non ha un padre, ha una madre psicolabile, ha un lavoro precario... È aggressivo, ma questo in realtà ha un punto in comune con gli altri miei ruoli e pure con me stesso: in realtà non riesce a esprimere i suoi sentimenti. In fondo ho sempre incarnato dei ragazzi fragili, pieni di buchi interiori, goffi, insicuri. Io m'innamoro solo degli antieroi. Anche Orfeo ha dei buchi enormi, è solo diverso il suo modo di esternarli. Come me ha degli enormi complessi, è stato costretto a diventare grande prima del tempo: è stato educato a non farsi vedere fragile, è l'uomo di casa, può solo crearsi una scorza durissima. I suoi vuoti interiori li riempie caricandosi di rabbia e di astio, e Achille, il personaggio di Verdone, è l'uomo perfetto su cui scaricarsi: ha tutto però è un ipocrita».
Quali sono i tuoi complessi?
«Più che complessi, il problema è il lavoro, che mi ha stravolto. Ho cominciato molto presto, e mi sono reso conto che è troppo importante per me. A volte, come Orfeo, me la prendo con me stesso, perché non ho tempo per la vita».
(...)
Scrivi qualcosa pensando di interpretarla e interpreti solo cose scritte da te?
«Non necessariamente. E comunque fare lo sceneggiatore ti aiuta anche come attore, ti rende più vivo, ti dà più esperienza. Essere creativi in un campo ti aiuta anche nell'altro».
In effetti solo nel «Cartaio» di Dario Argento hai recitato un ruolo tutto scritto da altri.
«Non ho scritto neanche "Ricordati di me" e "Manuale d'amore"».
Ma la tua impronta si vede lo stesso. «Manuale d'amore» inizia con l'autopresentazione del tuo personaggio, con la tua voce fuori campo, come nel film di Verdone.
«In effetti "Il cartaio" è stato una parentesi divertente. Mi piaceva compiere un'esperienza estrema, in un film di un regista estremo... l'ho fatto soprattutto per gioco».
Com'è andata con Verdone?
«È stato stimolantissimo. Lui si aspettava molto da me, io volevo essere all'altezza e quindi mi sono messo a studiare sodo sul personaggio. E poi dovevo assolutamente rinnovarmi, e lui ha avuto il coraggio di sostenermi: ci teneva a mettere il mio mondo a confronto con il suo, in modo che fra i nostri personaggi potesse esserci un vero scontro. Carlo è stato davvero generoso, è stata una esperienza sorprendente».
Che cos'hai scoperto di lui che non immaginavi?
«La sensibilità. Sapevo che è una persona buona, onesta, che è un bravo regista, ma non che avesse una sensibilità tanto acuta. Se la mattina spuntavo sul set di cattivo umore per una brutta telefonata, lui se ne accorgeva subito».
(...)
Un consiglio che ti ha lasciato?
«Carlo mi ha sempre detto che questo è un mestiere che ha bisogno di un grande autocontrollo, di rigore e riservatezza. Ci metto la firma. Nel cinema è importante anche saper dire di no, non inseguire il successo facile».
E tuo fratello Gabriele?
«Un consiglio d'attore: di andare sempre di pancia, non di testa».
Sei fidanzato?
«No, sono single già da un po' di tempo».
Felice?
«Sto bene».
Come mai un braccialetto fatto con una catena di bicicletta?
«Andare in bicicletta mi fa impazzire, una volta a Roma la usavo tanto. Ora sono preso da mille cose, mi ci vorrebbe il teletrasporto».
Foto, anteprime, interviste: non ti stai montando la testa?
«Arrivare a prendere un otto è difficile, ma mantenerlo è ancora più difficile. Mi basta ricordarmi questo. Anche perché in questo mestiere è facilissimo che le cose si rovescino improvvisamente. In un suo libro, James Hillman (scrittore/psicologo, autore di libri come "Il codice dell'anima", ndr) dice che il successo è una retta che dal centro ti porta al bordo di una circonferenza. Se dopo averla raggiunta vai avanti, cadi fuori, e invece dovresti tornare indietro. Insomma: quando hai il successo, quello è il momento di fermarsi e di tornare indietro».
Impegni futuri?
«Il mio ritmo è un film per volta e all'anno. Ma sto anche per girare un videoclip di Luciano Ligabue, "Le donne lo sanno"».
La versione integrale dell'intervista di Alberto Anile è pubblicata su Sorrisi n.11 in edicola da lunedì 6 marzo 2006
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