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La Gialappa siamo noi
Guardate bene i tre ragazzi nella foto. Non li avete riconosciuti? Se solo sentiste le loro voci, li identifichereste all’istante. Ecco a voi (da sinistra) Marco Santin, Carlo Taranto e Giorgio Gherarducci, in arte Gialappa’s Band. Da vent'anni esatti sono in giro a far danni in tv. Hanno consacrato gente come Simona Ventura, Gene Gnocchi, Paola Cortellesi. «Sorrisi» ha organizzato una rimpatriata per festeggiare i due decenni del terribile terzetto
13/4/2006
di Alex Adami
foto Pigi Cipelli

Guardate bene i tre ragazzi nella foto. Diffidate del loro aspetto affabile: sono pronti a colpire in ogni momento. Non li avete riconosciuti? Niente di strano. Se solo sentiste le loro voci, li identifichereste all’istante. Ecco a voi (da sinistra) Marco Santin, Carlo Taranto e Giorgio Gherarducci, in arte Gialappa’s Band. Sono in giro a far danni da vent’anni esatti. Hanno rivoluzionato molte regole della nostra tv. Hanno regalato il successo (quello vero) a gente come Simona Ventura, Aldo Giovanni e Giacomo, Gene Gnocchi, Paola Cortellesi. «Sorrisi» ha organizzato una rimpatriata per festeggiare il terribile terzetto. E ha invitato a comparire 50 protagonisti di «Mai dire...». Un giorno intero di risate e chiacchiere, per rievocare i vecchi tempi e per scattare una fotografia storica. Ma anche un’esca buttata alla Gialappa’s, costretta a uscire finalmente allo scoperto. E a raccontare due decenni di geniali follie televisive. «Non c’è bisogno di molto tempo per raccontare la nostra storia» esordisce Marco Santin. «Si è trattato, in sintesi, di vent’anni di botte di fortuna. Tutto qui». Carlo Taranto e Giorgio Gherarducci annuiscono senza aggiungere altro. La spiegazione, ovviamente, non ci soddisfa. «Eppure è così» conferma Taranto. Se ripercorriamo la nostra storia dall’inizio è evidente che la sorte ha giocato un ruolo decisivo». Proviamo allora a riavvolgere il nastro per tornare al 1985, l’«anno zero» del trio.

SENZA ARTE NÉ PARTE
Carlo Taranto è iscritto a Scienze politiche e svolge il servizio civile a LegaAmbiente. Giorgio Gherarducci, figlio di Mario, celebre giornalista sportivo, si divide tra l’università e un posto (assai precario, per la verità) da ufficio stampa allo stadio di San Siro. Marco Santin dei tre è quello che sembra fare sul serio. «Lavoravo in un’azienda di informatica. Non che avessi le competenze per farlo, s’intende. Giravo per gli uffici di Milano con un dischetto diagnostico in tasca. Lo mettevo nei computer che non funzionavano e qualche volta ne ricavavo un’indicazione sui motivi del malfunzionamento. Altre volte, più spesso, no. A quel punto non potevo che allargare le braccia, sostenendo che si trattava di una non meglio precisata “questione di sistema”. Era fantastico, però. Non avevo la minima idea di ciò che facevo, ma tutti mi stavano ad ascoltare». «Succede tutt’ora» interviene Gherarducci. «Ci succede da vent’anni». Sta di fatto che, nell’85, i futuri Gialappi non hanno la minima idea di ciò che vogliono fare nella vita.
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LA GRANDE OCCASIONE
Della prima «botta di fortuna» è testimone Marco Santin. «Arrivai in radio e con noncuranza mi dissero che qualcuno di Canale 5 aveva telefonato chiedendo di noi. Subito interpellai Carlo e Giorgio per essere sicuro che non si trattasse di un loro scherzo». No, non era uno scherzo. Sulle tracce dei tre c’era Italo Terzoli, autore televisivo di lungo corso, all’epoca impegnato nella costruzione di una squadra di giovani talenti ai quali affidare i futuri programmi della rete. «Non credo che ci avesse mai sentito prima» racconta Gherarducci. «A parlargli bene di noi fu la figlia, che ci ascoltava in radio. Lui, semplicemente, si fidò». Così, nel giro di poche settimane, il terzetto si trova catapultato dai piccoli studi di Radio Popolare alle grandi strutture di Canale 5. «Il primo programma al quale lavorammo fu “Quel fantastico tragico venerdì”, varietà di prima serata con Paolo Villaggio. Partecipavamo alle riunioni degli autori e proponevamo le nostre cose portando a casa 350.000 lire lorde a puntata. Nel corso della trasmissione, commentavamo le telenovelas brasiliane del momento. L’idea piacque. E funzionò». Proprio in quest’occasione nasce il nome «Gialappa’s Band». «I responsabili della rete ci dissero che i nostri tre nomi erano troppo lunghi per entrare nei titoli di coda» racconta Taranto. «Così ci chiesero di inventare un nome d’arte». «“Arte? Quale arte?” fu la nostra risposta» tiene a precisare Santin. «Ci mettemmo intorno a un tavolo e cominciammo a fare ipotesi. Ci trovammo d’accordo su “Gialappa’s Brothers”». Non fu un caso. La Gialappa (nome scientifico: ipomea scammonea messicana) è una radice dalle riconosciute proprietà lassative. «Era un modo per avvertire il pubblico degli effetti che la nostra comicità poteva causare» spiega Santin. Ad Alessio Gorla, allora dirigente di Canale 5, quel nome non piacque. Neppure quando «Brothers» fu sostituito da un più familiare «Band». «“Complimenti. Con quel nome non andrete mai da nessuna parte” ci disse. Ancora oggi ci piace rinfacciargli la cosa quando capita l’occasione. Anzi, può scriverlo anche “Sorrisi”?». Detto, fatto.

FALSA PARTENZA
Non tutto va subito per il verso giusto. «Dopo decine di riunioni, Paolo Villaggio non ci aveva ancora rivolto la parola» ricorda Santin. «Non sapeva chi fossimo, e neppure se lo chiedeva. Andò avanti così per tutto il ciclo di puntate di “Quel fantastico tragico venerdì” e per buona parte della produzione successiva, “Che piacere averti qui”, sempre presentata da lui». Finché un giorno... «Al termine di una riunione, mi avvicinò. “Senti, ho bisogno di una cortesia” mi disse. “In albergo non mi funziona il televisore. Non è che puoi venire a dargli un’occhiata?”. Pensava che fossi un tecnico». «Il nostro rapporto con la popolarità era piuttosto incerto» aggiunge Taranto. «Durante la registrazione di una puntata, osservammo Alba Parietti intenta a guardare le nostre telenovelas su un monitor di servizio. “Fantastici! Questi ragazzi sono fantastici!” esclamò. Eravamo a tre metri di distanza, ma nessuno di noi ebbe il coraggio di presentarsi». «Non abbiamo mai preso in considerazione l’idea di diventare famosi nel senso consueto del termine. Ci piaceva l’idea di fare le nostre cose in tv, ma essere riconosciuti per strada non è tra i nostri obiettivi» aggiunge Santin.
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NASCE «MAI DIRE...»
«Italia 1 aveva acquistato degli assurdi filmati di giochi televisivi giapponesi nei quali i concorrenti erano sottoposti a qualunque genere di crudeltà» racconta Taranto. «L’idea iniziale della rete era quella di farli commentare a Claudio Lippi, all’epoca voce ufficiale di “Giochi senza frontiere”. Una volta visionato il materiale, tutti si resero conto che non era il caso. Fu a quel punto che Giorgio Gori venne da noi. “Guardateli un po’ e ditemi se vi viene in mente qualcosa” disse». «Ci chiese anche se conoscevamo personalmente Cristina Parodi, perché gli sarebbe piaciuto conoscerla, ma questa è un’altra storia» aggiunge Santin. Analizzato il materiale, i tre Gialappi provano a sovrapporre il loro commento, come avevano fatto in radio con le partite di calcio e in tv con le telenovelas. L’esperimento funziona. «A quel punto mancava solo un titolo» ricorda Gherarducci. «La prima idea fu “Di imbecilli è pieno il mondo” ma, per fortuna, ci accorgemmo che non suonava bene. Così, citando “Mai dire mai”, film di 007, optammo per “Mai dire Banzai”». La scelta si rivela vincente. Nasce un marchio di fabbrica che si trasforma per ogni necessità. Negli anni seguono «Mai dire Tv», «Mai dire gol», «Mai dire Rai», «Mai dire Mondiali», «Mai dire Maik», «Mai dire Sanremo», «Mai dire Iene» e «Mai dire Grande Fratello».

TEO, GENE E IL PALLONE
La vera rivoluzione televisiva, però, scoppia dopo i Mondiali del 1990, con la prima edizione di «Mai dire gol». La Gialappa’s profana il tempio del calcio, irridendo giocatori, allenatori e presidenti. Oggi non sembra un’impresa coraggiosa. Sedici anni fa, però, i quotidiani di mezza Italia pubblicarono critiche indignate. Lo schema della trasmissione, in fondo, non è dissimile da quello di «Bar Sport», la trasmissione radiofonica che aveva lanciato la Gialappa. Questa volta, però, nel cast ci sono anche due fuoriclasse del piccolo schermo: Teo Teocoli e Gene Gnocchi, che trasmettono da uno studio grande come un ascensore. E sviluppano i primi, indimenticabili personaggi «gialappiani» che scimmiottano gli inviati di «90° Minuto». Ecco così Felice Caccamo da Napoli, Gianduia Vettorello da Torino, Ermes Rubagotti da Bergamo, Ninetta De Cesari da Roma. Il resto è storia. Cambiano i temi, i comici e i tormentoni. Il formato, però, resta lo stesso. «Tornare a parlare di calcio non avrebbe senso» spiega Taranto. «È già stato fatto e detto tutto. Sembreremmo degli imitatori di noi stessi o di “Quelli che... il calcio”. In fondo abbiamo sempre usato il pallone per parlare d’altro. Proprio come facciamo oggi con il “Grande Fratello”. Ma, sia chiaro, non abbiamo mai smesso di amarlo, il calcio». E infatti le loro voci commenteranno le partite dei prossimi Mondiali, i sesti, per loro. Per l’occasione, la Gialappa’s diventa «multimediale»: le cronache finiranno in contemporanea su Sky (con un canale tutto loro), Radio2 Rai e, forse, sui telefonini «3».

CON I COMICI NON SI SCHERZA
Nelle foto pubblicate sul numero di Sorrisi in edicola c’è il meglio della comicità italiana. Non è un caso che i numeri uno siano passati dagli studi di «Mai dire...». Tutti loro sono ancora fortemente legati alla Gialappa’s. Riconoscenza, affetto, in qualche caso fratellanza. «Non è facile avere a che fare con noi, almeno inizialmente» ammette Santin. «Pretendiamo molto. Non ci interessa che i comici arrivino da noi portando il loro repertorio. Li obblighiamo a inventarsi qualcosa di nuovo appositamente per noi. Ed è lì che riconosci quelli davvero bravi». «Un’altra delle nostre regole è quella dell’esclusiva» aggiunge Taranto. «Se lavori con noi, non puoi andare in giro a fare altri programmi. Si tratta di un divieto affettuoso, s’intende. È un modo per preservare i comici». «Di questi tempi, se un cabarettista ha cinque minuti di buon repertorio, si ritrova subito con mezz’ora di prima serata garantita» interviene Santin. «Credo che la nostra prima qualità sia quella di intuire velocemente che cosa non fa ridere in televisione. Questo ci permette di prestare la massima attenzione allo sviluppo del programma». Mai presa una cantonata? «Qualche volta» ammette Taranto. «Abbiamo bocciato un personaggio ad Albanese. Ora Antonio lo sta portando in teatro e funziona bene. Non manca mai di rimarcare l’incidente di fronte alla platea». «Ci è anche capitato di riconoscere pienamente il talento di un artista, ma di non essere in grado di innestarlo nello schema del nostro programma» sottolinea Santin. «Non esiste alcuna garanzia che un comico sia adatto a ciò che facciamo. In alcuni casi abbiamo tirato fuori il meglio da un artista. D’altro canto, però, potremmo far sembrare Woody Allen un idiota». Un esempio concreto? La risposta dei tre è simultanea: «Ale e Franz». «Sapevamo bene di essere di fronte a due grandi talenti. “Siete i nuovi Cochi e Renato”, continuavamo a ripetere. “Però allontanatevi da noi, altrimenti vi roviniamo”. Il loro ritmo di coppia è strepitoso, ma nel nostro programma si perdeva. A distanza di quasi dieci anni posso dire che avevamo ragione. E sia chiaro, abbiamo vissuto con grande affetto gli sviluppi della loro carriera». Mai avuto contrasti pesanti con qualcuno del cast? «Praticamente mai» assicura Taranto. «Siamo molto diretti con tutti. Se qualcosa non ci piace, non usiamo giri di parole. Così preveniamo tutte le incomprensioni». Tutte? «L’unica è forse quella che nel ‘96 convinse Teo Teocoli ad allontanarsi dal programma» ricorda Santin. «La faccenda finì sui giornali, e furono scritte molte inesattezze. La verità è che Teo è uno spirito libero. Ed è inimmaginabile che possa lavorare allo stesso progetto per troppo tempo». «I rapporti oggi sono sporadici, ma affettuosi» aggiunge Taranto. «Ma all’inizio senza di lui fu dura. Era un mattatore, un improvvisatore eccezionale. Dopo il suo abbandono il lavoro di scrittura si fece molto più lungo e dispendioso. Solo di recente, con Forest, abbiamo trovato qualcuno che si prende sulle spalle il programma con le sue trovate». Oggi si può rivelare quale fu il motivo di quel litigio? «Una cosa da nulla, come sempre in questi casi. A Teo non piaceva uno sketch che stavamo provando insieme con Aldo Giovanni e Giacomo».

LA PRIMA FU SIMONA
Nonostante il progetto iniziale non lo prevedesse, le donne hanno conquistato uno spazio stabile in «Mai dire...». E, come per i comici, frequentare la Gialappa’s ha spesso innescato la consacrazione definitiva. «La prima ragazza a entrare nel cast avrebbe dovuto essere Gabriella Golia. Serviva una presenza femminile per ingentilire le rudezze di Teo Teocoli». E invece, nel 1993, arriva Simona Ventura. Racconta Santin: «All’epoca aveva appena finito di condurre “La domenica sportiva”. Pensammo d’invitarla per una puntata. Lei capì al volo che cosa ci serviva. Le proponemmo quasi subito di restare anche per la stagione successiva». La sua erede fu poi Ellen Hidding. «Venne a fare il provino senza alcuna convinzione. Era evidente che non le interessava essere scelta. E proprio per questo la scegliemmo». Nel cast si sono poi succedute Manuela Arcuri («Non ci fu il tempo per affinare l’intesa. Arrivava poco prima di andare in onda, andavamo tutti un po’ a braccio. Né noi né lei avevamo ben capito dove stessimo andando»), Sabrina Ferilli («La scegliemmo dopo il suo Sanremo. Era stata la valletta italiana contrapposta alla top model argentina Valeria Mazza. La valletta sfigata, insomma. Perfetta per noi») e Alessia Marcuzzi. «Lei è fantastica» sottolinea Santin. «Non ha mai fatto la star. È bella, divertente, spontanea, intelligente. Il genere di persona che si sveglia la mattina ed è felice. Neppure il “Grande Fratello” è riuscito a cambiarla. In Italia ce ne sono poche come lei».

UNICA ECCEZIONE, LA BANCA
«Strano, però. Non ci hai ancora chiesto per quale motivo tre come noi hanno accettato di fare lo spot di una banca». Giorgio Gherarducci ha la risposta a una domanda non (ancora) fatta. «Da anni ci chiedevano di fare pubblicità, ma nessuna azienda aveva mai accettato di essere presa in giro da noi. A loro serviva soltanto sfruttare i nostri tormentoni. Un’industria dolciaria arrivò a chiederci di dire cose come “Mai dire torrone” o “Chi cambia nocciolato è un burfaldino!”. In passato abbiamo rifiutato somme ben maggiori, perché non ci convinceva la campagna o non ci convinceva il prodotto». Perché allora accettare di reclamizzare proprio una banca? «Mio padre in banca ci ha lavorato tutta la vita. Per me la banca è come una mamma» scherza Taranto. «Ci hanno lasciati liberi di fare quello che volevamo. I testi, che inizialmente erano stati scritti per Chiambretti, ci sono piaciuti da subito».

PADRI, PADRINI E...
Quando si celebra un anniversario così importante, è inevitabile fare bilanci. «Tutti, in questo mestiere, devono dire grazie a qualcuno» racconta Taranto. «Noi dobbiamo molto a Italo Terzoli, Enrico Vaime, Alessio Gorla, Giorgio Gori, Ettore Rognoni. Ci hanno insegnato molto. Spesso, nella nostra storia, siamo stati buttati allo sbaraglio. È stato importante aver incontrato qualcuno come loro. Gente che decide di perdere un po’ del suo tempo per spiegarti i fondamentali». «Nella lista, però, c’è anche qualcuno che non abbiamo mai incontrato, o che abbiamo frequentato poco. Come Beppe Viola e Renzo Arbore» aggiunge Santin.

E IL FUTURO? CHISSÀ!
Che cosa è lecito aspettarsi, ora che sommando l’età del terzetto si arriva a quota 130? Non capita mai che, al risveglio, i Gialappi si sentano stanchi del lavoro che fanno da vent’anni? Taranto: «Mai». Santin: «Mai». Gherarducci: «Fin dall’inizio». «Certo, era più divertente quando all’indomani di una puntata, chi t’incontrava ti faceva i complimenti per quello che era andato in onda, e non per i dati d’ascolto» ammette Santin. «Ogni tanto meditiamo di fermarci per un anno, ma non credo che succederà mai. Anche perché, se ci fermiamo noi, resta senza lavoro un’intera squadra di collaboratori. E i nostri comici, poi, ce li ritroviamo a “Zelig”». «Non abbiamo mai fatto programmi, non vedo perché cominciare proprio ora» aggiunge Gherarducci. «Magari in futuro accetteremo di andare anche in video. Magari, invece, spariranno pure le nostre voci. L’importante è intuire ciò che è giusto per noi prima che lo capisca il pubblico». «Di certo» conclude Taranto «essere invisibili ci ha garantito grande longevità». Possibile che nel gruppo regni sempre l’armonia? «Non è così. Discutiamo quasi tutti i giorni. Se fossimo stati in due, ci saremmo sciolti dopo venti minuti. Essere in tre, invece, rende molto più semplice ogni decisione». Oppure, più semplicemente, la Gialappa’s rappresenta una folle eccezione nella storia della nostra tv. Un’anomalia romantica, come certi matrimoni felici che durano sessant’anni. Come certe canzoni che non invecchiano mai. Come le buone battute, che fanno ridere sempre. Però no, non è proprio il caso di parlare di fortuna.

La versione integrale dell'articolo di Alex Adami, con i commenti dei tanti comici lanciati dalla Gialappa's, è pubblicata sul numero 16 di Tv Sorrisi e Canzoni in edicola da lunedì 10 aprile 2006.
Domande e Risposte
Alfonso Signorini


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