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| Canto Modugno, Battisti e Mina |
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| Dopo due raccolte che hanno ripercorso le tappe della sua carriera (qui riassunta in una galleria fotografica), Claudio Baglioni lancia un terzo album. Il titolo è simile, «Quelli degli altri - tutti qui», ma il significato è completamente diverso. Per la prima volta, infatti, interpreta in un doppio cd trenta brani scritti e cantati negli Anni 60 da illustri colleghi. Così, in una lunga intervista, il cantautore romano spiega a «Sorrisi» che cosa lo ha spinto a compiere questo lungo viaggio |
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1/11/2006 |
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 di Paolo Grugni
Non c'è il due senza il tre. Dopo due raccolte che hanno ripercorso la sua carriera dagli inizi ai giorni nostri, eccone una terza con un titolo simile, «Quelli degli altri tutti qui», ma con significato completamente diverso. Claudio Baglioni si cimenta infatti per la prima volta con brani non suoi, ovvero interpreta trenta canzoni in un doppio cd scritte e cantate da altri in un periodo che va dal 1958 al 1968, con l'eccezione di "Emozioni" di Lucio Battisti che è datata 1970. Brani di Paoli, Tenco, Modugno, Mina, Endrigo, Bindi e molti altri.
Quando un artista realizza delle cover cerca di dare un'impronta personale al brano. In che modo ha lavorato su un numero così ampio di canzoni?
«È un viaggio. Non un viaggio fisico, ma un viaggio nella memoria. Invece della solita vacanza, ho deciso di prendermi una vacanza dal presente. Ho fatto silenzio intorno a me per tornare a visitare un luogo affascinante, tra i più ricchi di paesaggi straordinari e visi, voci, colori, suoni, odori che non smettono mai di sorprendere, emozionare e stordire. Un luogo dove dovremmo imparare a tornare più spesso: il passato. In fondo è nel passato il senso di ciò che siamo e del futuro che ci attende. Un viaggio in trenta tappe, tra alcune delle pagine più alte della grande canzone d'autore italiana: riuscite a immaginarne uno più intenso e appassionante?».
La scelta appare eterogenea. Si va da Tenco a cose molto più easy come Bobby Solo. Come possono convivere brani cosi diversi?
«Esattamente come convivono nella memoria di ognuno di noi. Le canzoni entrano e restano dentro nei modi e per i motivi più diversi. Esattamente come il corpo, anima, mente e cuore hanno bisogno di essere nutrite con alimenti diversi. Una dieta di sola carne sarebbe una follia, così come folle sarebbe eliminare del tutto i carboidrati. E la musica - come la natura - fornisce una vastissima varietà di alimenti e credo che una "dieta" completa ed equilibrata sia fondamentale. Un mix di generi, stili, sonorità e linguaggi diversi, nel quale anche i brani "easy" hanno un senso e devono trovare posto. Il fatto, poi, che una canzone si definisca "easy" non significa che si tratta necessariamente di una brutta canzone o di un brano "minore". Negli anni '70 con l'etichetta di "easy listening" sono stati massacrati grandi dischi e grandi autori. Un nome su tutti (solo il primo che mi viene in mente, perché la lista sarebbe davvero interminabile): James Taylor, uno dei più grandi songwriter americani, oltre che una delle più belle voci del pianeta. Eppure... Almeno nella musica, credo, dovremmo imparare ad ascoltare senza preconcetti, né condizionamenti "ideologici". In fondo la musica si divide solo in due grandi famiglie: quella bella e quella brutta. E "Una lacrima sul viso", al di là dell'impatto straordinario che ha avuto sulla sua generazione, è una bella canzone. Credo valga la pena riascoltarla "without prejudice"».
Le canzoni scelte vanno dal 58 al 68 e poi l'eccezione di "Emozioni" che tocca il 1970. Come mai una scelta rivolta così al passato?
«È la musica che mi ha portato alla musica. Ed essendo io un "ragazzo del secolo scorso" ed è inevitabile che le canzoni che ascoltavo prima di cominciare a fare questo mestiere appartengano a quel periodo. Ma c'è di più. Io credo che gli anni '60 siano stati la decade più forte per la canzone italiana. Nessuno, né prima né dopo è mai riuscito a raggiungere vette così elevate. Sono brani giganti, di autori e interpreti giganti. E, poi, c'è il fatto che queste canzoni rappresentano l'ultima "canzone italiana" riconoscibile, prima della globalizzazione del pop internazionale e prima che stilemi, categorie e logiche, sia espressive che produttive, si omologassero su standard anglosassoni. Un fenomeno ancora più interessante e rilevante, proprio perché avveniva in quegli anni '60 che segnavano il dilagare della cultura musicale inglese e americana».
Lei ha parlato di invidia per queste canzoni quando era giovane. È stata questa invidia a spingerla a iniziare la sua carriera?
«Al contrario: ho cominciato a scrivere solo quando ho cominciato a superare l'invidia per questi brani, questi autori e questi interpreti. Il motore è stato l'amore per queste canzoni. Per quello che dicevano e per come lo dicevano. So che oggi può sembrare incredibile, ma la verità è che in queste melodie, in queste sonorità, nei temi affrontati e anche nei testi ci sono una spinta rivoluzionaria e una carica innovativa che pochissime canzoni successive posseggono. "Nel blu dipinto di blu", ad esempio, è paragonabile ad un vero e proprio "big-bang" della canzone italiana. Dopo di lei nulla è stato più come prima e quasi tutto ciò che è venuto dopo ha un qualche debito di riconoscenza nei confronti di quel "Vo-o-lare-e!". Per non parlare, poi, del genio compositivo di musicisti come Bacalov, Bindi o Morricone, della profondità di campo di autori come Tenco, De Andrè o Endrigo, del senso della melodia e della frase di Paoli, dell'intelligenza e dell'ironia di Gaber e Jannacci... ma la lista è lunghissima. Credo sia stata una stagione irripetibile».
Quanta nostalgia c'è per quel tipo di canzone? Non solo affettiva, ma anche di tipo artistico.
«Tanta. Non solo perché ci riportano ad un'Italia forse un po' naif, ma ancora non furba, non cinica. Un'Italia meno spregiudicata e più vera; più capace di sogni e di slanci. Ma anche perché mi sembra che in queste canzoni si respiri più cultura (e non solo cultura musicale). C'è una libertà creativa e compositiva più alta e una scrittura molto più ispirata e meno schematizzata rispetto a quella di oggi. In quelle note e in quelle parole c'è più arte e più poesia. E non mi sembra poco».
È stato difficile scegliere le canzoni? O ha sempre saputo dentro di sé quali brani avrebbe voluto rifare se mai avesse realizzato un album di cover?
«Sapevo quali erano i brani che mi erano entrati dentro con maggiore forza e quali quelli la cui spinta è stata ed è più duratura, ma è stato difficile lo stesso. Scegliere significa sempre rinunciare e rinunciare - soprattutto quando si tratta di pagine così alte - lascia sempre un senso di vuoto, un fondo di amarezza, una piccola ferita».
C'è stato un brano escluso con dispiacere?
«Più di uno. E la sofferenza per certe esclusioni è stata pari se non, in qualche caso, addirittura superiore alla gioia per le inclusioni. Ma è sempre così. È la "sindrome" della scaletta: ciò che mi porta a programmare concerti sempre più lunghi per cercare di rinunciare al minor numero possibile di pezzi. Ma, più si va avanti, più è difficile».
Quale tra i 30 brani ha avuto particolare difficoltà a cantare, ovvero ha avuto maggiore difficoltà a modulare la sua voce in base alle esigenze musicali del pezzo?
«Sul piano dell'interpretazione i brani sono tutti difficili. Un po' perché è la prima volta che non sono autore ma solo "cantante" e un po' perché non è mai facile confrontarsi né con brani-simbolo che, in qualche modo, hanno punteggiato la vita di tutti noi, né con interpreti straordinari come Mina, Morandi, Pavone o Caselli, solo per ricordare qualche nome. Per quanto riguarda, invece, le difficoltà tecniche direi che i brani di Bacalov, Bindi e Morricone sono stati tra i più ardui da affrontare, anche se, qua e là, non mancavano certo insidie e asperità. C'è da dire, poi, che ci ho messo del mio: tra modulazioni e cambi di tonalità, credo di aver fatto davvero di tutto per complicarmi ulteriormente la vita».
È un progetto che prevede un seguito. Ovvero dagli anni Settanta ai giorni nostri?
«Non credo. Non è questo lo spirito, anche se a volte le cose ci prendono la mano e la loro forza ci guida su strade che non avremmo mai pensato di percorrere. Come si dice: mai dire mai».
Anche lei recentemente è stato omaggiato da una cover. Guido De Angelis ha rifatto "I vecchi". Le ha fatto piacere?
«Mi fa sempre piacere. Significa che il mio lavoro di musicista è apprezzato da altri musicisti (ho saputo che Laura Pausini ha deciso di chiudere il suo nuovo "Io canto" con "Strada facendo") e, cosa ancora più importante, che ci sono pezzi che non hanno ancora smesso di dire quello che hanno da dire. E, poi, con le canzoni è un po' come con i figli: è bello vederli crescere, fare nuovi incontri, continuare a raccogliere e generare pensieri ed emozioni. E, forse, quello che scriveva l'autore di "Novecento" a proposito delle "buone storie" vale anche per le canzoni: non sei veramente fregato finché hai una buona canzone e qualcuno a cui cantarla. E, qui, le buone canzoni non mancano».
Tv Sorrisi e Canzoni n.45 - 2006
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Claudio Baglioni in tour |
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