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| IL DOPPIAGGIO DEI CARTONI ANIMATI |
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17/9/2004 |
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Caro Direttore,
scrivo per riuscire a capire qual è il motivo che spinge a doppiare vecchie serie animate (come Doraemon) cambiando i nomi di alcuni personaggi e perché le sigle (quando sono trasmesse) vengono cambiate.
Non converrebbe trasmettere tutto il cartone animato compresa la sigla così com’era originariamente?
Grazie,
Enrico
Risponde Francesca Fornario, esperta di cartoni animati
Caro Enrico,
rispondo con piacere a te e ai molti che lamentano l'abolizione delle sigle e il cambiamento del doppiaggio nella nuova messa in onda dei vecchi cartoni animati giapponesi.
Bisogna mettersi d'accordo su cosa si intende per "originale". Nella mente di molti fan, l'originale è la serie animata così come loro la hanno vista per la prima volta. In realtà l'originale è la serie animata così come stata realizzata dal suo autore, e come è andata in onda nel paese d'origine. Nel caso dei cartoni animati giapponesi, come Doraemon (che in Giappone è più popolare di Michey Mouse negli Stati Uniti), l'originale subisce ovviamente molte modifiche nell'adattamento italiano, non tutte necessarie e alcune opinabili. Questo avveniva soprattutto in passato, quando i cartoni animati giapponesi venivano tagliati e le voci cambiate (nel senso, per esempio che a una voce matura e profonda capitava che se ne sostituiva una dal timbro infantile e cantilenante). Così anche i nomi venivano adattati alla sensibilità italiana (vedi il "Giangi" di Doraemon). Il più delle volte gli autori non venivano nemmeno informati dei cambiamenti, che potevano anche tradire la loro sensibilità e le loro intenzioni, queste sì "originali". Ora italia1 ha deciso, nei limiti della ragionevolezza, di restituire il più possibile i cartoni animati alle intenzioni dell'autore. La scelta dipende anche dal fatto che gli stessi autori giapponesi esigono adesso di supervisionare il doppiaggio dei loro prodotti. Sapevi, ad esempio, che il nome italiano dei criceti di hamtaro, come "Ghiotto" o "Birbo", viene scelto in accordo con la casa di produzione, che manda appositamente un incaricato in Italia?
I vecchi fan, come era prevedibile, sono rimasti spiazzati. Chi guardava quegli stessi cartoni animati da bambino ora non riconosce più i personaggi, e ha nostalgia della sigla (eliminata quando il montaggio arbitrario delle scene travisava il senso della storia o svelava il finale). Chi vede però questi cartoni animati per la prima volta può apprezzarli meglio e capire meglio la cultura del paese dal quale provengono, il che è, a mio avviso, il modo migliore di crescere senza tanti pregiudizi.
Non penso, fatta salva l'ovvia traduzione del testo, che ci sia bisogno di ulteriori "adattamenti alla sensibilità italiana". Come ci saremmo arrabbiati se, per esempio, avessero cambiato il nome del protagonista di Rocky in "Giuseppe", o il cow boy Ethan Edwards di "Sentieri Selvaggi" in "Marcello Costantini" ? Allo stesso modo, credo, i bambini sapranno affezionarsi a "Nobita" proprio come una volta si sarebbero affezionati a "Giangi", con la differenza che se in futuro vedranno un "Giangi", inginocchiarsi a tavola e mangiare riso con i bastoncini lo troveranno un po' ridicolo.
Un saluto
Francesca Fornario
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