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| EINSTURZENDE NEUBAUTEN? IO STO CON DYLAN |
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4/2/2008 |
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Caro direttore, non pensavo davvero che qualcuno dovesse spiegarmi la differenza tra i Beatles e i Tokio Hotel. Tanto meno pensavo di sentirmi ripetere a ruota delle banalità da bar sui bei vecchi tempi di Dylan, Beatles e Rolling Stones. Mi permetta di dirle che il discorso è un tantino più complicato di come lo mette lei (ma spero lo sappia): potrebbe accettarsi solo a livello della musica più strettamente commerciale, o addirittura a livello di fenomeno di costume, e infatti le dinamiche del pop, il divismo da rockstar non si sono mossi di un passo, rispetto a quei personaggi. Ma nessuna forma del pop (il cinema, la tv, la pubblicità) ha fatto poi molti passi rivoluzionari da quarant'anni a questa parte, non trova?
Se si entra nel merito musicale potrei provocatoriamente dirle che ci sono stati musicisti altrettanto rivoluzionari di loro (anche più, in alcuni casi), che hanno cambiato le carte in tavola ogni singola volta. Certo, non a livello di ascolti di massa, non a livello di ospitate a domenica in, ma spero concorderà con me che non sono elementi valevoli: qualsiasi premio nobel vende meno dell'ultimo libro di Moccia, ma questo non significa granché; Kubrick non ha mai vinto un oscar, ma questo non significa granché.
Il giudizio della storia non coincide affatto col giudizio del pubblico, men che meno di un pubblico distratto che ascolta solo ciò che passa la radio, o Festivalbar.
La musica (relativamente) pop dagli anni 60 ha avuti molti cambiamenti, moltissimi, a volte abbandonando la forma canzone, la melodia (certo punk nobile, come i Fugazi, i CCCP...), il cantato (il rap, ad esempio), mischiandosi a elementi elettronici se non rumoristici (il noise dei Sonic Youth come ancor più quello degli Einsturzende Neubauten), si sono creati microcosmi interi sociologici oltre che musicali (il metal, il grunge di seattle, l'hip hop).
Di epoche ce ne sono state tante, dai Beatles in qua, e trovo particolarmente avvilente che lei non riconosca la grandezza di certi personaggi venuti dopo o durante (un Lou Reed vale sicuramente un Mick Jagger, se non di più, e poi: Bob Marley, John Cage, Nick Cave, Tom Waits, Joe Strummer, Morrissey, Giovanni Lindo Ferretti e compagni, Frank Zappa, Leonard Cohen...). Certo, quasi niente passa in radio, ma se il suo discorso si imposta sulla base di Laura Pausini, Giorgia, i Negramaro e Biagio Antonacci allora siamo sicuramente d'accordo. Però per favore non faccia di tutta l'erba un fascio: la musica non si ferma ai Beatles, o ai Led Zeppelin; anzi, giusto per provocare potrei dire che c'è e c'è stato di meglio (soprattutto meglio dei Led Zeppelin), in giro. Basta farsi un minimo di cultura in proposito.
Dario Rossi
Caro Dario,
mi fa piacere scoprire che la mia piccola (e certamente «incolta») provocazione abbia dato tanti frutti, viste le mail che mi arrivano sull’argomento. È un tema caldo, non c’è dubbio, e tutti gli appassionati di musica si interrogano, si ribellano, mi danno torto o ragione. Bene. E vengo a lei. Vede, a mio avviso il problema sono proprio i tanto vituperati «ascolti di massa», che a persone come lei - e lo posso capire - fanno un po’ schifo. Il problema non sono le Pausini o gli Antonacci, che fanno buona musica popolare ma non rivoluzioni epocali, il problema sono gli altri nomi che lei cita, i quali fanno magari rivoluzioni musicali ma non epocali e, soprattutto, non di massa. La differenza con i Beatles o Bob Dylan è tutta qui, a volerla cogliere: nessuno, ai tempi, aveva bisogno di «battersi» perché venisse riconosciuta la grandezza di quegli artisti. Erano grandi, popolari, rivoluzionari e di massa nello stesso tempo. Ora, con tutto il rispetto, non credo si possa dire la stessa cosa per Giovanni Lindo Ferretti o gli Einsturzende Neubauten... Il mio problema, comunque, è che non conosco, e temo non conoscerò mai gli Einsturzende Neubauten. Il suo problema è che dovrebbe scendere ogni tanto dalla sua torre d'avorio e accettare serenamente che gli Einsturzende Neubauten, per quanto grandi, non valgono Bob Dylan. Umberto Brindani
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